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Coronavirus, in Umbria allarme contagi di ritorno

Francesca Marruco
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I cosiddetti contagi da ritorno fanno schizzare la curva dei positivi in Umbria. Praticamente tutti i cluster attivi attualmente nel cuore verde hanno una provenienza da fuori regione. C’è chi è stato semplicemente in vacanza al mare nelle Marche - come i contagiati di Spoleto - e chi invece, come i tre giovani di Stroncone, è arrivato fino a Malta. Anche il cluster di Passignano sul Trasimeno ha un’origine esterna: il paziente uno ha fatto delle gite fuori regione. Ugualmente, il caso  dell’imprenditore di Orvieto ha un collegamento con l’estero: l’uomo infatti si è recato per motivi di lavoro in Albania. Quando è tornato si è messo in isolamento e ha sviluppato i sintomi. Stesso discorso per la famiglia di origini albanesi di Terni: un componente ha fatto un viaggio in patria ed è tornato indietro col virus. Incerta l’origine del cluster che coinvolge invece i cittadini di origine nigeriana residenti a Terni. Mentre anche l’uomo di Trevi che poi ha infettato la moglie era stato all’estero prima di sviluppare l’infezione, una volta rientrato. Stesso discorso per il focolaio che preoccupa più di ogni altro in questo momento in Umbria, quello del Sacro Convento di Assisi, ha quasi certamente un’origine estera: i primi ad accusare dei sintomi infatti sono stati i genitori di un novizio francese arrivato nella città serafica nei giorni scorsi. 
Il commissario straordinario all’emergenza epidemiologica, Antonio Onnis, ha spiegato che l’85% dei casi tra gli “attualmente positivi” sono in qualche modo legati all’estero. La quasi totalità della restante percentuale è collegata comunque a viaggi, magari in altre regioni d’Italia. 
L’epidemiologo, professor Fabrizio Stracci, sostiene che per chi rientra da paesi a rischio, o ha contatti con persone che ci sono state andrebbe fatto il tampone. “Sarebbe l’unico modo per essere tranquilli - spiega - nemmeno il sierologico, sarebbe sufficiente perché c’è una finestra temporale in cui magari si potrebbe non aver ancora sviluppato il virus”. 
E, sui paesi a rischio, che, in generale sembrano essere quelli dell’est Europa, aggiunge: “Probabilmente in questi paesi non vengono effettuati tanti test come da noi, altrimenti non statistiche così eclatanti”. Effettivamente, tanto a livello nazionale, quanto a quello regionale, sembra che per chi va all’estero - soprattutto in zone come Malta, Croazia, Albania - ci sia un’alta probabilità di tornare a casa con il virus. “Purtroppo - dice ancora Stracci - ci sono situazioni, e paesi, in cui le misure vengono rispettate, e in altri molto molto meno, creando situazioni di rischio concreto. Basti pensare che in Olanda finita la febbre le persone erano di nuovo libere di muoversi senza un secondo test. Su tutto poi ha inciso questo andamento schizofrenico della comunicazione: non si può dire che il virus non c’è più, perché, semplicemente, non è vero”.