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Violenza sessuale su una barista a Perugia, condannato in primo grado viene assolto in appello

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E’ stato assolto in appello l’uomo accusato e condannato in primo grado per violenza sessuale su una barista di Perugia. I fatti risalgono a cinque anni fa.
E’ stata ribaltata la sentenza del Gup del Tribunale di Perugia Valerio D'Andria del 9 gennaio del 2019, con la quale l'imputato era stato condannato alla pena di tre anni e quattro mesi di reclusione per il reato di violenza sessuale. Lui è difeso da Gabriele Caforio, la donna da Giuliano Bellucci. Siamo in una mattinata di fine agosto di cinque anni. L’uomo entra nel bar dove vede la donna, che allora lavorava nel locale: i due si conoscono in quanto vicini di casa e frequentatori (lei dipendente) di questo come anche di un altro bar di una frazione a nord di Perugia. 
La signora dopo essere uscita a fumare per parlare con un elettricista di lavori da fare a casa sua, rientra nel bar e trova l’imputato : quest’ultimo prima le fa dei complimenti, che lei accetta poi dietro al bancone - stando alla tesi dell’accusa - la blocca palpandole il seno e costringendola a due atti sessuali contro la sua volontà. Il primo atto di presunta violenza si interrompe a metà per l’arrivo di un fornitore nel magazzino. La donna non chiede subito aiuto ma la sera si confida con un’amica moglie di un carabinieri e l’indomani scatta la denuncia. L’avvocato della difesa ha posto l’interrogativo: “Perché la donna non ha cercato di divincolarsi avendo sempre le mani sempre libere, né ha provato a colpire con un corpo contundente od un utensile, sicuramente disponibile trovandosi dietro il bancone?” In tutti i bar, si evidenzia, vi sono “tazze per te, coltelli per tagliare il limone, bottiglie”. 
E’ lo stesso Gup nella sentenza di primo grado ad escludere che la persona offesa fosse stata segregata o sottoposta in qualche misura a restrizioni di movimento. “Rammentiamo che il reato in questione può essere commesso solo mediante violenza minaccia o costrizione fisica: in assenza dei quali difetta proprio l'elemento oggettivo del reato”, spiega Caforio. Senonché la donna aveva spiegato di essere rimasta “pietrificata” e impossibilitata a reagire dal fatto che l’uomo la teneva ferma. Anche sulla ricostruzione dell’atto la difesa ha contestato la dinamica della parte offesa. Non ultimo il fatto che nel processo non sarebbero emerse - è la versione della difesa - le evidenze scientifiche di una delle due violenze denunciate. Per le motivazioni bisognerà attendere 90 giorni. Il collegio ha di fatto accolto la tesi della difesa, eserictando il “ragionevole dubbio” sull’esposizione dei fatti della parte offesa.