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Città dell'acciaio e di conservatori

Luca Diotallevi*
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Perché, in un determinato contesto locale, un gruppo politico dominante, inefficace e inefficiente, non viene rovesciato? La risposta è complessa. I fattori sono molti: anche non politici, anche non locali. (Non a caso le sfide portate al regime politico ternano dal Psi a metà anni '80 e dal processo che aprì la strada all'esperienza Ciaurro contarono anche su fattori extrapolitici ed extralocali.) Se non altro per ragioni di spazio, conviene concentrarsi su di un solo elemento. Esso non basta a spiegare la persistenza del regime politico ternano, ma se se ne prescinde di questo stesso regime non si spiega la forza. Nella maggior parte dei casi i processi di innovazione sociale nella modernità nascono da fattori religiosi o economici. Sono fedi e/o interessi a sostenere i costi principali di quelle trasgressioni costruttive che fanno innovazione. Spesso è alla forza della religione e dell'economia che poi si appoggiano anche diritto e cultura riflessa, giudici ed intellettuali, per dare il loro contributo. Proviamo dunque a chiederci quali sono a Terni le forme prevalenti del potere dentro le dinamiche religiose e dentro quelle economiche. Anche in questo caso, conviene muoversi dentro l'ambito di ciò che è legale. Niente allusioni, gossip o denunce di reati, ma analisi di ciò che è pubblico. Del resto, è qui che stanno le radici di una eventuale debolezza civile. Vale la pena cominciare dal potere religioso. Nonostante la formale contrapposizione al potere politico localmente dominante esso riserva sorprese. Il cattolicesimo umbro e quello ternano in particolare entrano e percorrono il Novecento con forti tratti di marginalità e di clericalismo. Anche a Terni non mancano le eccezioni: dall'opera di don Peppino Lombardi ad inizi '900, alla Azione Cattolica (Fuci e "laureati" inclusi) degli ultimi quaranta anni, ma si tratta di eccezioni. Dagli anni '70 vescovi di nomina montiniana, a Terni, monsignor Quadri, puntano sulla qualificazione teologica e culturale di clero e laici e su di una grande valorizzazione di questi ultimi per tentare di invertire la rotta sulla spinta del Vaticano II. L'opera incontra però enormi ostacoli interni. Su Terni abbiamo una testimonianza eccezionale. Alla metà degli anni '80, monsignor Renzi, stimatissimo vicario generale, descrive in una sede ecclesiale pubblica il perdurare ostinato di ritualismo e clericalismo: cura delle forme e non dei significati, ricerca del soddisfacimento psicologico individuale, potere non per la Chiesa ma sulla Chiesa, esteriore divinizzazione dei capi e pratica di un rigoroso individualismo pastorale. Infine a partire dalla seconda metà degli anni '80 lo sforzo di rinnovamento ecclesiale in Umbria si attenua. Pian piano si tornerà in forme parzialmente nuove ("devozionismo protetto") alla marginalità ed al clericalismo che si volevano correggere. Durante l'episcopato di monsignor Paglia (2001-2013), la Chiesa ternana cerca di resistere al ripiegamento. Intorno al Consiglio Pastorale Diocesano (la principale rappresentanza di tutte le componenti ecclesiali, le cui basi erano state poste da monsignor Quadri) la Azione Cattolica, molte altre esperienze laicali e le comunità parrocchiali riprendono la strada del rinnovamento con straordinari e ben documentati livelli di partecipazione e una capacità di analisi che dopo un decennio appare ancora più evidente. I nodi però vengono di nuovo al pettine proprio in occasione della revisione della vita diocesana periodicamente presentata al Papa. Appare chiaro che una maggiore proiezione civile della vita ecclesiale non basta, se non è accompagnata da un rinnovamento delle dinamiche "intraecclesiali". Nel 2005 le priorità "interne" vengono rintracciate nella necessità di rinnovare la catechesi e la cura dei giovani, nella necessità di promuovere l'associazionismo laicale, nell'urgente rinnovamento del clero e in una urgentissima maggiore trasparenza nella vita economica della diocesi (già richiesta dalla Cei e dai Pontefici). Nonostante la approvazione larghissima di questa agenda, la resistenza di una nutrita parte del clero alla fine ha la meglio. Il percorso di ritorno al passato si compie definitivamente nel corso dell'anno e mezzo di monsignor Vecchi. La Curia isola la diocesi da tutti i grandi processi ecclesiali (nazionali ed universali, a partire dall'"anno della fede"), riduce a zero la trasparenza amministrativa (nonostante possa avvalersi di prestiti a condizioni precluse alla maggior parte delle imprese e delle famiglie ternane in tempi di crisi acutissima), chiude il dialogo con il resto della Chiesa e sospende il Consiglio Pastorale che aveva visto giusto e fatto unità. L'episcopato di monsignor Piemontese è cominciato da solo sei mesi, pochi per ogni giudizio, anche se non si registra per ora alcuna inversione di tendenza. In questa sede ciò che interessa maggiormente è la forte somiglianza tra la cultura del potere prevalente in politica e quella prevalente nelle dinamiche religiose. Anche in quest'ultimo caso un piccolo gruppo (innanzitutto una parte del clero) usa di un mandato proveniente dall'esterno per produrre dei beni (di cui impoverisce il valore) in modo tale che gli equilibri vigenti si riproducano senza traumi; i processi associativi e le dinamiche di più attiva partecipazione sono impediti o scoraggiati. In ambito politico come in ambito religgioso si tratta di culture del potere funzionali alla conservazione, non alla innovazione. È inutile cercarne la spiegazione nel Pd o nel cattolicesimo in generale. Anche in aree geograficamente vicine e storicamente affini il Pd (o la politica) e le diocesi funzionano in modi enormemente diversi. È diversa la cultura del potere in campo economico? La innovazione sociale che Terni conosce a partire da fine Ottocento è innanzitutto di matrice economica. Si tratta però come è arcinoto di iniziative esogene. Perché allora a queste non se ne affiancano di endogene? Perché la presenza di multinazionali, a Terni tuttora molto superiore alla media regionale, non stimola un maggiore protagonismo negli attori economici locali? Anche in questo caso è sufficiente richiamare un solo punto. All'economia ternana non manca la cultura del lavoro, la cultura della "fatica". Si pensi alla straordinaria, quasi eroica, resistenza, con cui imprenditori di ogni settore e dipendenti del privato hanno affrontato questi ultimi anni di durissima crisi. Il dramma è che però questa "cultura della fatica" oggi non basta più. Possiamo essere muratori bravissimi a fare case ad un piano, ma se il mercato chiede grattacieli siamo spacciati. Neppure la storica carenza di risorse finanziarie è una risposta soddisfacente. Come mai realtà fino a trenta anni fa più povere di Terni hanno poi conosciuto uno sviluppo maggiore? Perché la ristrutturazione degli istituti di credito locali ha subìto la sorte che sappiamo? Almeno una parte della risposta di cui abbiamo bisogno va cercata altrove. Oggi più che mai produrre ricchezza richiede conoscenza, disponibilità ad associarsi, coraggio di assumere rischi. Forse è il secondo elemento quello decisivo. Il primo ha costi che sempre più spesso da soli non si possono sostenere e in un certo senso lo stesso vale anche per il terzo. Allora è nelle istituzioni dell'associarsi imprenditoriale che si coglie la debolezza tipica del potere economico locale. Pur piene di persone di valore, Camera di Commercio, associazionismo imprenditoriale, istituzioni finanziarie locali, non sviluppano pensiero strategico né autonomia dalla politica. Ancora una volta: le eccezioni non mancano, ma non bastano. Oggi la gran parte dell'economia locale si muove al di sotto di quelle soglie e di quella scala solo oltre le quali si fa innovazione. Nelle sedi appena ricordate, però, le risorse si sminuzzano invece di concentrarle, si cerca di negoziare la benevolenza del politico, si cerca di attutire i colpi, si cerca di limitare i danni delle invasioni di campo della politica. Nulla di male, ma non basta. Sicché la maggior parte degli imprenditori ternani (industria, artigianato, servizi) presidia la propria nicchia, più o meno piccola, ed evita lo scontro tanto più se con il potere politico. Il resto segue: la manodopera che si cerca è a basso profilo culturale, un sindacato arciconservatore e politicamente protetto non è mai sfidato fino in fondo. Se la cultura del potere prevalente in ambito religioso era affine a quella prevalente in ambito politico, la cultura del potere prevalente in ambito economico le è speculare. Il risultato non cambia. La spinta alla innovazione sociale non si genera. In un contesto di questo tipo la cultura è ancora più innocua che altrove. Già sempre tentati dal conformismo politico, gli intellettuali raramente trovano a Terni sponde non politiche. Per i preti sono un rischio, per gli imprenditori o sono una realtà lontana o sono un lusso che non ci si può permettere. Non mancano i talenti, ma, alla lunga, è il collateralismo che prevale. A "sinistra", dalla Radio Evelyn degli anni '70 al Caos di oggi, il grado di reale autonomia dal potere politico dominante oscilla e a volte semplicemente scompare. Gli intellettuali cattolici, da "Passaggi" alla agenda per Terni del "14 Giugno 2008", hanno mostrato molto maggiore autonomia, ma senza sponde politiche o economiche la innovazione non scatta. In definitiva, la mappa dei poteri ternani disegna una comunità locale che stenta ormai a essere città. Una comunità locale cresciuta a trazione esterna ha poteri che non ambiscono ad autonomia. Piuttosto tendono a conservare, a disincentivare i processi associativi, a disinnescare i processi di accumulazione culturale. La politica domina questo regime, ma religione, economia e cultura non hanno sviluppato alternative di successo. Ogni ordine sociale, anche locale, gode di una enorme inerzia. Pensare di poterlo cambiare facilmente è una ingenuità. Tuttavia nessun ordine sociale è eterno, e non c'è ordine sociale che sappia resistere a qualche particolare combinazione di fattori interni ed esterni. Così a questa generazione di ternani come a poche altre tocca di portare non solo il peso di una specifica e acutissima crisi, ma anche il peso della responsabilità morale di fare, o di non fare, quel poco che ancora può essere fatto. È ancora un dovere chiedersi cosa può esser fatto per migliorare le condizioni generali della città.  * Professore di sociologia 2 Continua LEGGI ANCHE LO STATO DI TERNI E LA DEBOLEZZA DELLA SUA POLITICA