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Galliani: "Potevo fare il sindaco di Milano". Quella volta che si dimise dal Milan e che rischiò di morire per il Covid

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Adriano Galliani è un fiume in piena. L'amministratore delegato del Monza, ai microfoni di Sette, settimanale del Corriere della Sera, ha aperto il cassetto dei ricordi. Il braccio destro di Silvio Berlusconi si è lasciato andare e ha raccontato tutto, dall'incontro con il Cav al debutto nel mondo del calcio, fino alla politica e al Covid, che ha rischiato di portarselo via. "Ho avuto tanta paura. Non ero vaccinato, perché ancora non c’erano dosi a tappeto. Ho avuto la polmonite bilaterale. Mi ha salvato il professor Alberto Zangrillo, che non mi ha intubato. Avevo fino a 10 litri di ossigeno. Mi è passata tutta la vita davanti. Undici giorni in terapia intensiva. Uno spartiacque: non sono più l’Adriano di prima. Mi arrabbio molto meno. Sono cambiate le mie priorità, sono più sereno".

 

 

"Ho avuto una grande fortuna nella mia vita: essere sì il numero due, ma di Silvio Berlusconi - ha detto Galliani, ricordando il primo incontro - Il primo  novembre 1979 mi invitò a cena ad Arcore. Mi chiese se con la mia Elettronica industriale, piccola azienda che portava in Italia il segnale delle televisioni straniere (Telemontecarlo e Tv Svizzera) fossi in grado di costruire tre reti nazionali. Io dissi di sì. Lui mi rispose: Bene, il prezzo lo faccia lei. Pagò un miliardo delle vecchie lire per il 50% della mia azienda: la cifra non l’ho mai rivelata a nessuno. Aggiunsi, però, visto che ero comproprietario della squadra: Io sono disponibile a lavorare giorno e notte per costruire le reti, ma devo poter seguire il Monza in casa e in trasferta. Berlusconi mi guardò stralunato". Sulla nuova discesa in politica di Berlusconi, Galliani ritiene che "come tutti i grandi fondatori della storia, ha un circuito mentale diverso da tutti gli altri. Ha intuizioni e idee fuori dal comune. Lui ha fatto questa cosa perché ha sentito che il centrodestra ha bisogno di Forza Italia. È contro la destra-destra. Il presidente è generoso e quando sente una necessità si sacrifica e fa quello che serve. Un erede? Non può avere eredi. Perché è unico. Ma non è un problema di oggi: gli eventuali eredi possono attendere. I suoi governi hanno fatto molto. Ma mediare tra due alleati così diversi come la Lega al Nord e Alleanza nazionale al Sud ha limitato molto l’azione riformatrice". Galliani, grazie a Berlusconi, nel 2018 è entrato in Senato. "Me lo proponeva dal 1994. Io ho sempre declinato. Nel 2018 era la prima estate senza calcio dopo decenni e quindi accettai. Ma non mi ricandiderò". Il condor inoltre ha raccontato di come sarebbe potuto diventare sindaco di Milano, visto che Berlusconi gli aveva proposto di candidarsi: "Non l’ho fatto, perché io ho nel cuore il calcio. Mi porta via troppo tempo. E il sindaco di Milano è un impegno totale, giorno e notte".

 

 

E parlando proprio di calcio, Galliani ha ricordato della volta che fece arrabbiare Berlusconi: "Mi ricordo di quando Franco Tatò era amministratore delegato di Fininvest. Il gruppo era piuttosto indebitato e, prima della quotazione in Borsa, mise un grosso freno: tutti gli investimenti dovevano essere preventivamente approvati da lui. Mandò una lettera per dire: stop. Io quella sera comprai Marcel Desailly, 10 miliardi di lire, all’insaputa di tutti. Stetti nascosto per un po’ di giorni, perché avevo fatto l’operazione senza avvertire il presidente. Ma Boban si fece male e fu l’unico anno in cui vincemmo Campionato e Coppa dei Campioni". L'acquisto più importante è stato "Marco Van Basten. Ariedo Braida capì che era un fenomeno. Andammo diverse volte ad Amsterdam a vederlo con Berlusconi: c’era anche suo padre Luigi. Ci accorgemmo che era un grandissimo". Galliani, infine, ha raccontato del momento in cui si dimise per colpa di Barbara Berlusconi. "Potevo andare in Cina. Berlusconi mi chiamò la sera ad Arcore e io gli dissi che un Milan a due teste era ingestibile. Troverò una soluzione, mediò. Era il giorno in cui Alfano lasciò Forza Italia. E Silvio mi disse: “Oggi se ne è andato Angelino, non puoi andartene anche tu”. Io risposi: “Obbedisco”, come un novello Garibaldi".