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Calcio, Juventus - Fiorentina: dall'11-0 del 1928 a Vlahovic. Storia di una rivalità lunga un secolo

Christian Campigli
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Una rivalità lunga un secolo. Diventata un sentimento difficile da descrivere, irrazionale. Che va oltre l'antipatia, l'astio e che sfiora, in molti casi, qualcosa di simile all'odio. La trattativa lampo che, ad ore, dovrebbe portare il centravanti della Fiorentina, Dusan Vlahovic, ad indossare la camiseta numero nove della Juventus, ha trasformato il capoluogo toscano in un immenso bar sport a cielo aperto. In città, semplicemente, non si parla d'altro. Sia perché l'attaccante serbo è un grande talento, sia perché i tifosi gigliati si sentono traditi dal loro bomber da un lato, dalla società e da Rocco Commisso dall'altro. Ma da dove nasce questo continuo e isterico confronto?

 

 

Partiamo dal presupposto che le due città non si sono mai amate. Soprattutto dopo che, nel 1865, il giovane Regno d'Italia decise di spostare dal Piemonte alla Toscana la sua capitale. A livello di football,  vanno segnalati due episodi che accentuarono il livore tra bianconeri e viola: il 7 ottobre 1928 la sfida tra le due compagini terminò con un umiliante 11 a 0 per gli juventini. Che trionferanno anche nel 1953, grazie ad un perentorio 8 a 0, con la Fiorentina ridotta in nove uomini, per gli infortuni di Cervato e Virgili. Ma è nel 1982 che scoppia il casus belli. I viola sono ad un passo dal terzo scudetto. Hanno una rosa forte, ben guidata in panchina da “Picchio” De Sisti e in campo da capitan Giancarlo Antognoni. All'ultima giornata avviene quello che, i tifosi gigliati, considerano, ancora oggi, un vero e proprio furto: i bianconeri vincono 1 a 0 a Catanzaro, grazie ad un rigore generoso, mentre i viola pareggiano a Cagliari, a causa di un gol annullato, tra mille proteste, a Ciccio Graziani. Nel 1990 la finale di coppa Uefa riaccende la fiammella della tensione: all'andata la Juventus vince 3 a 1, a Torino, in una gara considerata scandalosa. Persino il maestro Franco Zeffirelli interverrà nella polemica, definendo il presidente Giampiero Boniperti “un mafioso per come mangiava le noccioline davanti alle telecamere”. I viola non apprezzarono nemmeno la scelta di far disputare il ritorno (terminato 0 a 0) ad Avellino, considerato un vero e proprio feudo bianconero. La Fiorentina, complici i lavori al Franchi in vista dei mondiali di Italia 90, aveva giocato tutte gare interne di Coppa al Curi di Perugia, ma era stata squalificata per un turno, dopo le intemperanze degli ultras durante la semifinale col Werder Brema. A giugno la cessione più dolorosa, quella di Roberto Baggio, le proteste, i cori contro il presidente della Federcalcio, Antonio Matarrese e quel rigore che, il “Divin Codino”, si rifiutò di battere contro la sua ex squadra. Sostituito, raccolse la sciarpa viola mentre si dirigeva verso gli spogliatoi. Un gesto che, nonostante il suo immenso talento, gli costò l'affetto dei tifosi bianconeri.

 

 

I rapporti si rasserenarono, almeno in parte, grazie a Giovanni Trapattoni, storico trainer bianconero, che a Firenze riportò entusiasmo e risultati. La storia recente racconta le cessioni di Neto, Bernardeschi e Chiesa, la vittoria per 2-3 nel 2008 a Torino nei minuti di recupero e la rimonta interna della Fiorentina, nel 2013, conclusasi con un clamoroso 4 a 2. Una rivalità che va oltre la logica, oltre lo sport, talvolta persino oltre il buonsenso. Ma che riesce, meglio di tante parole, a descrivere il carattere testardo e mai domo di Firenze, una città che, semplicemente, non accetta di essere seconda a nessuno.