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Juve, lo scontro tra Andrea Agnelli e John Elkann alla base della crisi. E Allegri non ha colpe

Christian Campigli
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Una Signora triste, imbronciata e relegata in fondo alla classifica. Con un solo punto conquistato dopo tre gare. E' stato un inizio choc per la Juventus e soprattutto per i suoi numerosi tifosi. Che dopo l’ultima, deludente stagione, erano convinti di poter gustar ancora l’ebrezza del trionfo. Per adesso il cambio in panchina e il ritorno del figliol prodigo, Acciughina Allegri, non ha portato le vittorie sperate. Puntare il dito contro l’allenatore livornese sarebbe però un errore clamoroso. La rosa è modesta e assolutamente non all’altezza di battagliare con Inter e Milan. Ma forse nemmeno con Napoli e Roma. I titolari della difesa, Matthijs De Ligt a parte, hanno troppe primavere sulle spalle per assicurare il rendimento di tre o quattro anni fa.

 

 

A centrocampo è arrivato Manuel Locatelli, ottimo regista, che deve ancora ambientarsi. Accanto a lui l’unico che corre e ha la necessaria voglia di inseguire l’avversario e contrastarlo è lo statunitense Weston McKennie, messo sul mercato e rimasto solo per mancanza di offerte adeguate. L’attacco ha perso il miglior giocatore del mondo (insieme a Lionel Messi). Sostituire Cristiano Ronaldo è pressoché impossibile, essere convinti di farlo con Moise Kean è tra il grottesco e il surreale. Analizzare la crisi della compagine bianconera solo da un punto di vista tecnico rischia di non illuminare a sufficienza il lato oscuro della Luna. Alla base di quello che, ad oggi, è un indubbio ridimensionamento, c’è uno scontro tutto interno alla famiglia che, da sempre, controlla e dirige le mosse juventine. Che tra Andrea Agnelli e John Elkann ci sia una forte rivalità non è un mistero. Il problema, per i tifosi bianconeri, è che i cordoni della cassa e le decisioni a dieci zeri vengono prese da “Jaki”, amministratore delegato dell’Exor e designato dal nonno Gianni come suo erede. E non dal presidente della Juventus. Durante l’ultima estate è arrivato l’aumento di capitale, un esborso di circa quattrocento milioni, indispensabile per coprire debiti e perdite. Il Covid ha stravolto le casse delle società di calcio, che, non da oggi, son ben lontane dall’essere un esempio di oculatezza e buona amministrazione.

 

 

Massimiliano Allegri, che secondo i ben informati ha persino valutato l’ipotesi delle dimissioni, aveva ricevuto promesse su un restyling totale, almeno a centrocampo. E invece, a fronte dell’arrivo dell’ex regista del Sassuolo, se n’è andato un campione in grado segnare trenta reti a stagione. L’ipotesi della SuperLega è stato un maldestro tentativo di Andrea Agnelli di rendere la Juventus indipendente dalla Fiat. Autonoma e in grado di comprare nuovi fuoriclasse. Non essere riuscito a portare la Champions League a Torino nonostante gli enormi investimenti di Gonzalo Higuain prima e Cristiano Ronaldo poi (duecento milioni solo per i loro cartellini, ai quali vanno sommati stipendi da nababbi) è la madre di tutte le colpe delle quali viene accusato il presidente. Che ora si trova, forse per la prima volta nella sua vita, a dover affrontare una sfida tanto affascinante quanto difficile: riportare lo scudetto alla Continassa. E farlo spendendo il meno possibile.