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Roberto Bettega, 70 anni: icona della Juventus e centravanti moderno

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Un attaccante moderno, che non sfigurerebbe affatto nel calcio di oggi. E una vita in bianconero. Dici Roberto Bettega e pensi Juventus, perché della Vecchia Signora ha fatto la storia, prima in campo e poi dietro una scrivania. E alla vigilia del suo settantesimo compleanno Bobby gol non può che guardarsi indietro con orgoglio. Origini umili, cresciuto a Torino da genitori veneti, quello fra Bettega e la Juve è un legame che nasce nel vecchio Comunale, con un bambino subito innamorato di quei colori, prima di intraprendere la lunga trafila nel settore giovanile. E dopo un anno di apprendistato a Varese alla corte del barone Liedholm, il ritorno alla casa madre, nel 1970, per la prima di tredici stagioni. Annate ricche di successi e gol, anche se all’inizio sono più le delusioni che le gioie. Fino all’arrivo in panchina di Trapattoni, che inaugura un ciclo inimitabile. Bobby gol segna, di destro, di sinistro, di testa, di tacco, ma non è solo un centravanti d’area, è un suggeritore, un trascinatore, capace di adattarsi a qualsiasi partner gli mettano accanto in attacco.

 

 

Più forte della malattia, quel principio di tubercolosi che nei primissimi anni Settanta ne mette a rischio la carriera, Bettega non impiega molto a conquistare il tifo bianconero, diventando presto un idolo della curva. I suoi gol non sono solo belli ma anche pesanti, come quello al San Mames decisivo per regalare alla Juve il suo primo trofeo internazionale, la Coppa Uefa del 1977. Arriveranno anche sette scudetti, una Coppa Italia e un titolo di capocannoniere, fino alla sua ultima amara partita, la finale di Coppa dei Campioni del 1983 persa contro l’Amburgo, forse il suo più grande rimpianto assieme a quell’infortunio ai legamenti che gli negò un posto al Mondiale del 1982. Due volte quarto nella classifica del Pallone d’Oro, Bettega lascerà la Juve con un bottino di 178 reti, ancora oggi terzo miglior marcatore di sempre dietro Del Piero e Boniperti, prima di volare in Canada a chiudere la carriera. Ma il suo sarà solo un arrivederci. Tornerà nel 1994 come vicepresidente, a completare la Triade con Moggi e Giraudo che riporterà la Juve in cima al mondo prima dello scandalo calciopoli dal quale però sarà uno dei pochi a uscirne indenne. Quasi costretto a farsi da parte, vivrà un’ultima breve avventura a cavallo fra il 2009 e il 2010 nei panni di vice direttore generale prima del definitivo addio con l’inizio dell’era Andrea Agnelli. "La Juventus è stata una delle ragioni della mia vita", ammise una volta. La storia gli dà ragione: la leggenda di Bobby gol non verrà mai cancellata