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Panatta compie 70 anni: "Vorrei mio padre per festeggiare"

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«Con chi festeggio? In famiglia, ma se potessi inviterei qualche amico che non c’è più: Mario Belardinelli, Umberto Bitti Bergamo, Vincenzo Romano, Chiarivo Cimurri, Paolo Villaggio. E mio padre». Lo dice la leggenda del tennis italiano Adriano Panatta che oggi compie 70 anni. In un’intervista a La Stampa  ripercorre la sua vita e la sua carriera. «Vivevamo al Parioli, mi ricordo il pizzetto del maestro Moretti, la nevicata del ’56. Non sapevo di vivere nel Dopoguerra: me ne accorsi quando al Campo Parioli tolsero le baracche degli sfollati per farci il Villaggio Olimpico. Demolirono il vecchio Stadio Torino, dove mio nonno Pasquale era custode, per costruirci il Flaminio. I 200 metri di Berruti li vidi in diretta tv. Negli Anni ’60 ci trasferimmo all’Eur. Moderno, bellissimo, però ogni giorno dovevo farmi 20 chilometri in bici per andare a giocare al Parioli. Belli i sette colli, ma se devi pedalare… Poi mio padre mi comprò il velosolex e mi sentivo il re del mondo. Giravo con il sole, la pioggia, i giornali sotto la maglietta per proteggermi dal vento». La prima moto? «Tormentai mio padre perché volevo un Mondial 50, che costava quasi quanto un suo stipendio. Aveva quattro soldi in banca, e risparmiava per farci fare le vacanze - evidentemente non ho preso da lui… - ma me lo comprò. Una cosa che mi ha segnato per sempre». Meglio il tennis o i motori? «Il tennista l’ho fatto per 15 anni, il motonauta per 25, con due record del mondo di velocità e un mondiale endurance. Ho corso anche in macchina, fatto i raid nel deserto. Al Parioli dissi: continuo a giocare per voi ma in regalo voglio la Gilera 125: avevo compiuto 16 anni. La mia racchetta era la Maxima, ma al vecchio signor Pietra, che era un po' tirato, per rinnovare il contratto chiesi di passare alla Dunlop, che lui distribuiva in Italia, e un milione. Lo spesi per comprami un’Alfa Gt junior, bianca, usata. E ci andai subito a Formia». Senza manager e addetto stampa. «Un giorno mi chiama la Pirelli, vado a Torino, da solo. Sede megagalattica, uffici enormi. L’amministratore delegato mi spiega che vogliono fare una scarpa Superga con il mio nome, mi chiede se ho una richiesta. ’Sì: 100 milionì. Ma lo sa - mi fa - che io ne guadagno 36?’. ’E lei lo sa che io tiro le palle sulle righe?’. Ha firmato».

Gli italiani le piacciono? «Un popolo meraviglioso. Poi mi infurio quando vedo gli scemi che ballano e cantano senza mascherine. Non userei il lanciafiamme di De Luca, che pure mi ha fatto sorridere, ma l’idrante sì. Siamo un paese pieno di eccellenze, che a volte spreca il suo talento». Il vincitore del Roland Garros spiega poi la decisione di vivere a Treviso. Un romano come si trova? «È una città civile, molto bella. L’anno prossimo qui inaugurerò un centro tennis molto importante. Ho trovato la mia dimensione, la metropoli ormai mi dà l’ansia. Roma la adoro, figuriamoci, ma appena arrivo al raccordo anulare mi incazzo…». Chiusura dedicata ai cambiamenti nel mondo del tennis: «Hanno venduto la Coppa Davis, una vergogna. Per anni hanno messo i manager della Disney a governare lo sport, ora per fortuna c’è Andrea Gaudenzi, che di tennis ne capisce». Dopo Federer che succede? «Ci dispiacerà non vederlo giocare, ma arriveranno altri campioni, come sempre. Morto un papa, se ne fa un altro». Molto romano. Per chiudere: di che cosa va fiero? «Di aver reso popolare il tennis. E di essermi comportato sempre bene con le persone. Senza portare rancore a nessuno».