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Augias mette a nudo 25 secoli di storia

Riccardo Regi
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“Per venticinque secoli, il nudo, sia maschile che femminile, si è dovuto camuffare nelle sue manifestazioni, solo dalla metà dell'Ottocento il corpo senza indumenti si è mostrato per quello che è fino ad arrivare ai giorni nostri in cui la pornografia ha aperto un'altra storia”. Un excursus, non cronologico, ma che si muove sul filo di un ragionamento più sociale che storico artistico: è quanto propone Corrado Augias nel suo spettacolo “L'eterno incanto di Venere” al teatro Nuovo Gian Carlo Menotti, domenica alle 16. Augias, il nudo è un argomento di grande presa, ma che nasconde delle insidie. “Non tratto la nudità come una lezione di storia dell'arte, ma vado avanti e indietro seguendo un tema che invade le arti figurative dalla Grecia del V Secolo fino ai nostri giorni con un approccio più sociologico”. Lei parla di nudo camuffato in che senso? “Nell'antichità gli uomini nudi sono stati la rappresentazione della forza, dell'atletica così sono Ercole, il discobolo, i corridori. La donna senza indumenti invece è stata proposta prima sotto il pretesto del mito; poi dell'antichità classica; le parole della Bibbia. All'epoca delle colonie si è scomodato il gusto dell'esotismo. Solo intorno alla metà dell'Ottocento la donna viene rappresentata nuda senza trovare altre motivazioni. Il mio racconto procede così e si approccia su immagini strepitose”. Se fossero distrutti tutti i nudi nelle arti figurative e ne dovesse salvare uno solo quale metterebbe al sicuro? “La Venere di Tiziano, per un paio di ragioni. La prima perché è un quadro strepitoso per la perfezione pittorica e l'altra perché c'è dietro un enigma. Nel guardare il dipinto diventa seducente chiedersi chi è quella donna? E cosa stia facendo? Perché ci guarda placida e trasognata? Aspetta un amante? Vuole andare a un ballo? E' un quadro bellissimo che ha un mistero che lo rende particolarmente affascinante”. Sabato intervisterà il ministro Dario Franceschini, il peso delle sue domande su cosa verterà? “Sul che cosa vuol dire amministrare il più grande patrimonio artistico dell'umanità e intorno a questo ho intenzione di articolare diversi ragionamenti: nell'avere uno sterminato patrimonio artistico è lecito ricavarne del denaro per la collettività? E con quali cautele. Nell'intervista mi farò supportare da diversi filmati”. Lei è membro della fondazione festival dei Due Mondi e il suo impegno per il festival è via via sempre maggiore, crede fermamente nella gestione Ferrara? “La gestione Ferrara ha fatto rivivere un festival morto. In particolare in questa edizione, dopo il terremoto, Spoleto ha tremato davvero di fronte al rischio di vedere scendere drasticamente le presenze. Invece gli incassi e l'affluenza del pubblico sono stati superiori a quelli dell'anno scorso che, a loro volta, erano già maggiori a quelli di due anni fa. Un risultato importante”. Il Due Mondi su cosa deve puntare per vivere al meglio altri 60 anni? “Bisogna guardare ai giovani. Fare una bellissima versione del Don Giovanni è importante, ma ho paura che venga apprezzata da un vecchio signore come me che però non sa ben dire cosa può piacere alle nuove generazioni”. Sabrina Busiri Vici