Con Sergino si è spento il cuore della musica

PERUGIA

Con Sergino si è spento il cuore della musica

12.06.2014 - 11:09

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E ora? Ora che si è fermato per sempre il cuore della musica che accadrà. Fare di una passione un mestiere porta a costruire giorno dopo giorno un’eredità unica. Poco conta quanto importante, quanto consistente, quanto grande. A impaurire gli eredi è l’esclusività di ciò che ti viene lasciato. E’ pensando a domani che scopri quanto era importante quello che c’era ieri. Sergino lo sapeva benissimo. Perché quella passione, nel profondo, si nutriva giorno dopo giorno di una linfa vitale: gli faceva tornare vicino Evandro, del quale ancora prima che fratello era stato suo devoto fan fin dai tempi dei “Gabbiani”, quando ci si vestiva alla Beatles e il vento della musica sembrava inarrestabile. Anche lui aveva ricevuto un’eredità importante, insomma. Fatta di vinili rarissimi, di microfoni Rca quadrati, di stivaletti a punta originali venuti da Liverpool. “Questo è per lui” aveva detto nell’annunciare il concerto di Bob Dylan al Santa Giuliana. Lo aveva fatto scrivere anche sul manifesto, Evandro andava matto per il Menestrello di Duluth. Una volta in più, quel giorno, sentiva che c’era riuscito. Aveva fatto fruttare quel pezzo di eredità e che di strada, dal primo concerto organizzato il 30 gennaio 1980 al Cva di Ponte San Giovani per Elton Dean in quintetto, ne aveva fatta. Tutto questo gli faceva venire in mente i bei tempi: la casa in via Lorenzini all’Elce, il vocione di suo padre Renato, falegname davvero bravo che aveva arredato le ville dei “professoroni” della zona. E mamma Gemma. “La mia segretaria. Era bravissima. Teneva buoni i manager che chiamavano al telefono prima di mezzogiorno”. Non è mai stato mattiniero, Sergino. Viveva di notte, preferiva le stelle. Le rincorreva. Qualcuna di veramente luminosa l’ha portata sul palco. Compresa quella di Vinicio Capossela. E qui si apre un capitolo a parte per sostanziare il concetto di eredità da acquisire. Piazzoli andava in cerca di chi poteva condividere con lui questa passione. Voleva tirare tardi fino ad addormentarsi sfinito parlando di questo. Vinicio lo aveva “scoperto” lui. Era rimasto folgorato da quell’illustre sconosciuto dal talento immenso. Nel 1990 portò il Carneade a Perugia. Era sicuro che sarebbe diventato grande, ma sentiva che sarebbe potuto diventare anche un amico. Un fratello. Già, fratello. Il sostantivo che gli stava più caro. Lo impiegava spesso, il motivo è chiaro. Per qualcuno, peraltro, lo è stato davvero, per tutti gli altri era comuque “fratello di musica”. Lui annusava l’artista, ne condivideva l’arte. Lo portava con sé sul palco, sperando di averlo in qualche modo, poi, nel cuore. Ci andava a cena, a passare una domenica, così, tanto per stare insieme. Parlando di musica, della vita. Così, quando è morto Lucio Battisti, ha radunato quelli che sapeva avrebbero capito e ha montato in piazza il palco. Memorabile. Ivano Fossati, per dirne un’altra, voleva smettere di suonare in pubblico. Era stanco. Ha scelto Perugia per dire addio al palcoscenico.
Ed era stanco, a dire la verità, anche Sergino. “Non ci capisco più niente. Lavorare così è diventato impossibile”. Gli mancavano gli spazi. Sulla questione Turreno ha masticato amaro fino alla rassegnazione. Si è riempito di bile per Villa Fidelia che aveva creato con Adolfo Broegg, uno dei suoi veri fratelli, fino a farne il palcoscenico per Eric Clapton, per poi vederselo sfuggire di mano. Non sentiva di avere dalle istituzioni, che oggi comunque fanno bene a piangerlo, la considerazione che pensava di meritare: “Date più soldi alla Sagra della cipolla di Cannara, con tutto il rispetto, che a chi fa musica d’autore”, aveva gridato. Sì, era stanco. Era stato anche male. Di brutto. La sua Patrizia, la compagna di una vita, è stata brava a stargli accanto. Lo ha salvato lei un anno fa. Ieri ci ha provato ancora, fino all’ultimo respiro. Sergino era fiaccato anche nello spirito, si consolava sempre più con la sua isola, la Maggiore. Ci si è rifugiato per un po’ in solitudine, ma da buen retiro è presto diventato, anche questo, un palcoscenico fatto di natura, bellezza, idee e, naturalmente, suoni. E ci andava matto. Oggi, proprio oggi, avrebbe presentato lui il programma di Music for Sunset. Il microfono resterà spento. E il silenzio che pare di avvertire, ora, è tanto spesso. Solo una cosa potrà romperlo. La musica. Lui vorrebbe così.

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Commenti all'articolo

  • oobjazzclub

    12 Giugno 2014 - 18:06

    bravo Riccardo un ricordo vero di una persona piena di vita ,ma anche infinitamente solo..,quante avventure ,quanti litigi........ma anche quante risate..i tempi del Mozart......il mitico Arci di Bazzarri e Mirabassi indimenticabili quegli anni,poi tutto e' cambiato,tutto si e' trasformato in business e sopravvivenza senza lasciarsi alle spalle l'adeguata eredita' culturale che abbiamo seminato....peccato!

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