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La morte del poeta maledetto: 25 anni senza Kurt Cobain, leader dei Nirvana

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Giuseppe Silvestri
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di Chiara Troiano 5 aprile del 1994. Il giorno più nero per la Generazione X. Con un colpo di fucile a pompa, modello Remington M-11 calibro 20, Kurt Cobain metteva fine alla sua vita nel garage della sua casa sul lago Washington. Una morte solitaria, quella dall'angelo biondo, maledetto per eccellenza. Scomparso da diversi giorni, fu ritrovato da un elettricista che doveva installare nell'abitazione l'illuminazione di sicurezza. Cobain era morto già da tre giorni, con nel sangue una massiccia dose di eroina e di Valium. Vicino al suo corpo una lettera diretta all'amico immaginario d'infanzia, Boddah: "È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente", scriveva citando un celebre verso di Neil Young. Una lunga missiva a cuore aperto, nella quale spiegava di non sentire più passione per la musica, per il successo, per la folla. "Non ho più nessuna emozione", raccontava. Ascolta Kurt Cobain e i Nirvana Sono passati 25 anni dall'ingresso di Kurt nel 'Club 27', con lui nel tempio delle vite bruciate dal rock a 27 anni ci sono Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison. In seguito li raggiungerà anche Amy Winehouse. Cobain, con camicie di flanella a quadri una sull'altra per nascondere la sua eccessiva magrezza, capelli spettinati, voce roca, sguardo triste e inquietudine, era il simbolo di un'intera generazione che, dopo quella del baby boom, non sapeva dove andare. Con i Nirvana e l'album "Nevermind" del 1991, uno dei pilastri della storia del rock con 30 milioni di copie vendute, ha trascinato l'ondata del grunge portando Seattle al centro della scena musicale mondiale. Ma forse per Kurt il peso di essere il simbolo di una generazione così controversa, spaesata e insoddisfatta era troppo. Lui, così vulnerabile da non riuscire neanche a rappresentare se stesso, in pochi anni era diventato lo specchio di centinaia di migliaia di giovani. Dietro di sè, Cobain lascia la moglie Courtney Love, con cui formava una delle coppie più controverse della storia del mondo dello spettacolo, e la figlia Frances Bean, oggi quasi 27enne e all'epoca del suicidio di soli due anni. Ma l'eredità musicale di Kurt e dei Nirvana è tutta sulle spalle del batterista del gruppo, Dave Grohl, fondatore dei Foo Fighters. Lui, carismatico, positivo e amato dalla scena rock mondiale, si è reinventato dopo la drammatica fine del gruppo. "Ricordo che quando è morto Kurt - ha ricordato in un'intervista alla CBS -, il giorno successivo ho pensato: 'Io ho ancora da vivere'. Allora vivrò ogni giorno come se fosse l'ultimo. Anche quando vivrò il giorno peggiore della mia vita, cercherò di trovare un modo per apprezzarlo". Viene però da chiedersi oggi, a 52 anni, cosa ancora avrebbe potuto scrivere Kurt Cobain e che tipo di artista sarebbe diventato. (servizio Lapresse)