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Raiz, chi è il cantante: il vero nome, Gomorra, gli Amamegretta e il libro. E' anche attore: ha fatto 7 film

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Classico appuntamento del venerdì, torna anche questa sera 6 maggio una nuova puntata di Propaganda Live, il programma di La7 in onda in prima serata condotto da Diego Bianchi. Tra interviste e servizi di approfondimento, spazio anche a ospiti musicali che saranno accompagnati anche dalla Propaganda Orchestra. Questa sera, nel dettaglio, ci sarà Raiz.

 

 

Napoletano classe 1967, Gennaro Della Volpe - questo il vero nome - si trasferisce in provincia di Milano con la famiglia quando ha 7 anni ma a 13 anni fa ritorno a Napoli. Frequenta il Liceo classico statale del Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, in via San Sebastiano e, appassionato di musica, diventa il frontman degli Almamegretta. Nel 1991 pubblicano Anima migrante, ed è proprio questo il titolo dell'omonimo album di debutto della band. Ma perché questo nome? Almamegretta deriva da una precedente band formata da Gennaro Tesone, il nome piaceva a tutti i componenti della nuova band e decisero di mantenerlo. In totale, la band ha pubblicato quattro album. Poi, nel 2001, Raiz prende un'altra strada, pubblicando brani sia da solista che lavorando per altri autori e componendo colonne sonore per film e serie tv. Nel 2013 torna stabilmente negli Almamegretta, partecipando al Festival di Sanremo, pubblicando nello stesso anno un nuovo album a distanza di 12 anni dall'ultimo lavoro insieme. Nel 2021, il suo singolo Aria apre la prima puntata dell'ultima stagione di Gomorra - La serie.

 

 

Oltre alla carriera da musicista e cantante, Raiz ha anche preso parte ad alcuni film: recita in "Cuore Scatenato" di Gianluca Sodaro, "Tatanka" di Giuseppe Gagliardi, "Passione" di John Turturro "Ammore e Malavita" dei Manetti Bros, “Mare fuori” di Carmine Elia e “I bastardi di Pizzofalcone 3” di Monica Vullo. Inoltre, ha pubblicato anche un libro, ''Il bacio di Brianna". Su TuttoLibri ha detto che "per me che ho scritto prevalentemente in napoletano, questa avventura narrativa è stata anche una riappropriazione dell’italiano. Per cantare ho sempre quasi usato la lingua della città: perché la sua duttilità si sposa molto bene con la musica ritmica della band di cui ho fatto parte per molti anni; perché è evocativa, sensuale e ieratica, mediterranea, semitica nella vocalizzazione e indoeuropea nell’etimologia; perché serviva molto bene il concetto di locai e global molto in voga negli anni in cui abbiamo realizzato i nostri dischi più popolari. L’italiano non è la lingua in cui mi parlavano mia madre e mia nonna, ma è la lingua in cui mi hanno parlato i libri che mi hanno formato e i docenti di cui sono stato allievo. Scrivere mi ha dato l’occasione di immergermi in questo liquido amniotico che mi nutre dalla prima infanzia, con il quale ho un rapporto di affetto tale da concedermi qualche piccola libertà, e dove sono a mio agio. Da quando ho messo la parola fine all’ultimo di questi racconti, altre storie sono venute a trovarmi. Ormai ho imparato il trucco. Lasciandole libere, si scriveranno da sole e quando arriverà il momento, saranno loro a chiedermi di essere messe nero su bianco. Non vedo l’ora".