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"No a una nuova stagione, lavoriamo sull'intreccio politica-stampa"

Sabrina Busirivici
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Quel giorno, al Palladium, si presentavano le prime puntate della terza serie di Boris. Quando Luca Vendruscolo e Mattia Torre, due dei tre sceneggiatori, arrivarono al teatro romano non potevano credere ai propri occhi. Ad attenderli, fuori, c'era una folla di fan adoranti con tanto di striscioni in mano. A Giacomo Ciarrapico, il terzo autore, si fece tardi, e i buttafuori non lo volevano far passare. “Non mi credevano”, spiega lui, “pensavano fossi un mitomane”. È stato quello, dicono Ciarrapico e Vendruscolo, il momento in cui hanno percepito che Boris era diventato qualcosa di enorme. Un fenomeno di culto, di cui giovedì 27 luglio (ore 21.15) verranno a celebrare i dieci anni sulla piazzetta del Carmine per la rassegna FuoriPost del PostModernissimo, a Perugia. “All'inizio Boris era un oggetto misterioso. In molti pensavano che fosse in grado di parlare solo agli addetti ai lavori, a chi stava nel mondo del cinema e della tv. Poi però cominciarono a uscire pezzi sulla stampa, ricordiamo bene una vignetta lusinghiera di Vincino, un corsivo sull'Unità intitolato Boris for president in cui si spiegava come la serie riuscisse a raccontare con grande efficacia l'Italia di quegli anni”. E il Palladium, appunto. “Da un certo momento in poi molti attori presero a correre da noi per partecipare. Per alcuni di loro forse era quasi un modo per mondarsi da lavori passati non così diversi dagli Occhi del cuore”. Gli stessi attori che oggi gli chiedono di tornare a fare qualcosa insieme, magari. Ma Boris, assicurano Ciarrapico e Vendruscolo, non risorgerà. “Quel mondo lì non esiste più. Nel 2007 la Rai era ancora un cavallo dominante, e dall'altra parte c'era lo strapotere delle reti Mediaset di Berlusconi. Oggi, a partire dall'esplosione delle serie in pay-tv e on-demand, è tutto molto diverso”. E quale potrebbe essere, quindi, la porzione di società da raccontare per raccontare, come diceva l'Unità, l'Italia intera di questi anni? “Tempo fa abbiamo fatto una lunga indagine per un possibile progetto su un inesistente ministero senza portafogli, quello dell'Inclusione Sociale, adesso ci stiamo concentrando sugli enti pubblici in generale. Siamo un popolo di impiegati, e dopo aver ridotto il mestiere più bello del mondo, quello di chi racconta storie, a una condizione impiegatizia forse è bene ripartire da lì”. Quindi dobbiamo aspettarci una serie sulla pubblica amministrazione? “Noi due stiamo lavorando a un progetto che vorrà sviscerare il dietro le quinte del potere, i meccanismi che contano davvero al di là della rappresentazione che i politici offrono quotidianamente e che la stampa è ben felice di riprendere e consegnare all'opinione pubblica. Ci occuperemo, in particolare, proprio dell'intreccio tra politica e stampa”. Ci sarà da ridere, di sicuro. Magari amaramente, ma parecchio. Giovanni Dozzini