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"L'ora di ricevimento" piace

Giulietta Mastroianni
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“Una scatola d'intonaco e dentro 26 occhi che mi guardano”. Introduce così, seccamente, il suo lavoro di insegnante di lettere con una classe multietnica di bambini in un quartiere popolare di Tolosa, il professore Ardeche, Fabrizio Bentivoglio nello spettacolo “L'ora di ricevimento” di Stefano Massini, per la regia di Michele Placido, la nuova produzione del Teatro Stabile dell'Umbria, che ha debuttato il 29 settembre e andrà in scena al Teatro di Solomeo fino al 16 ottobre. Crocevia di usanze e credenze culturali e religiose la classe di bambini assenti sulla scena è il lungo racconto che Ardeche ne fa, ricostruendole le caratteristiche psicologiche con la scansione di soprannomi capaci di afferrarli nel loro divenire, di anno in anno, di classe in classe, sostituendo la loro condizione sociale e scolastica con un analisi che si spinge all'interno della psicologia e del ruolo del bambino. Ne nasce la composizione di un quadro eterogeneo, di una mappa personale, anche lontano dai banchi scolastici, che riguarda il destino preassegnato dall'immagine standardizzata del professore dopo tanti anni di lavoro, che permette un controllo delle difficoltà, soprattutto di ordine religioso, che si creano nei rapporti con gli studenti e con chi ne genera volontariamente e involontariamente le attitudini. Si ha così a che fare, in modo indiretto, con la piccola Falsaria, la Campionessa, il bambino Adulto, il Panorama affacciato perennemente alla finestra, l'Invisibile che spesso scompare persino a se stesso, il Boss e il suo Bodyguard, il bambino del Primo banco che “ha fatto troppo presto la conoscenza con la furbizia del mondo”, la Rassegnata con la sua Missionaria, la Bambina Cartoon che dice cose senza senso e nasconde la catastrofe dietro il suo sorriso astratto, etc. Ma soprattutto faremo conoscenza con i genitori durante l'ora di ricevimento che sposteranno l'asse su di loro, su quelle differenze inconciliabili e indivisibili da ciò che le ha generate contro cui Ardeche combatte una guerra letteraria e solitaria a colpi di Voltaire, evitando scontri di natura culturale e che portino il piano dell'intervento fuori dall'ordine scolastico. Inevitabile è “il sacrifico” del professore che comunque pagherà, come capro espiatorio, le differenti esigenze di ordine culturale e come capo spirituale la perdita lungo il tragitto di almeno uno dei bambino non capiti e non seguiti sin dal suo soprannome. Lo spettacolo che sta ottenendo un'ottima risposta di pubblico e di consenso, pur confrontandosi con la realtà di un nuovo tessuto sociale, rimane aggrappato alla veste narrata e descritta dal testo in un modo antico, mettendo in secondo piano il rapporto con i personaggi a favore dell'uomo solo che coordina e si racconta, preferendo la parte della voce monologante.