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John Cage e la musica del silenzio

Claudio Bianconi
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Lo spettacolo “The Lecture on nothing”  si apre in piena luce con il regista texano vestito e colorato di bianco, seduto ad una scrivania in stile Ikea vicino ad un bicchiere di latte, davanti ad un letto in pendant pronto per essere riempito, tra scritte verticali e fogli di giornali che coprono la scena e il palco, come se Bob Wilson fosse chiuso in una scatola di carta, davanti ad un libro immobile. Sopra di lui un uomo con una lente che si guarda intorno, ripetendo i suoi gesti. Le scritte suggeriscono le intenzioni di ciò che il pubblico andrà ad esperire (“Lascialo andare a dormire” “A mano a mano”, “il sentire non è una esperienza materiale”, eccetera),  uno spettacolo performativo su un testo di John Cage, una specie di partitura musicale, dove il muscolo principale che viene allenato è quello del silenzio dentro e fuori alla lettura, come concetto principe degli studi e della sperimentazione di Cage. Tutto fa pensare a Beckett: il gesto ieratico, la smaterializzazione del corpo che è forma di pensiero, l'assenza come protagonista, il testo che diventa vorticosamente una riflessione su se stesso o sul non senso che conduce continuamente in mezzo alla non comunicazione, o come in questo caso la comunicazione di ciò che non può essere comunicato. “io sono qui e non c'è niente da dire” , legge Bob Wilson in apertura scorrendo la penna come leggendo una partitura musicale e lo spettacolo è la spiegazione di questa condizione, in forma poetica, perché la musica e il suo conseguente silenzio, che è sempre suono . Ci si perde nelle grandi conclusioni ed evocazioni del Maestro compositore di adozione newyorkese, nel piacere di non essere in nessun luogo, di essere nell'istante che contiene il tempo senza decifrarlo, nel lavoro che si compie non pensandolo, ma facendolo accadere, attraversando il silenzio con i passaggi che lo hanno generato. La poesia che è forma e non contenuto, il fascino per gli intervalli della musica moderna che evitano le progressioni, la scoperta dell'amore verso i rumori, la struttura come possibilità di contenere gli istanti senza averne in sé alcuno, fino all'idea di silenzio come rinuncia di qualsiasi intenzione a favore dell'ascolto del suono e di quello che inevitabilmente sta intorno.