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Conquistati da Toni Servillo

Giulietta Mastroianni
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Toni Servillo “canta” Napoli con un recital di testi della cultura partenopea contemporanea e classica, alternando pezzi teatrali a poesie di tutti gli autori più grandi riportandoli alla “nuda oralità dell'architettura teatrale del palcoscenico”. Lo fa come in un onda sonora che prende fiato e respira solo per depositarsi tra le sabbie del mare di Napoli, che tutto raccoglie e sente e “restituisce tutto quello che trattiene”. Una Napoli che mantiene uniti i contrasti, che raccoglie voci, somma di ogni tradizione coloniale passata e che finisce nella lingua “creola”, la lingua continentale che continuamente bulina anche intorno a ciò che non riesce a spiegarsi. E' la lingua di Michele Sovente (cuce questa lingua smarrita, racconta questa lingua stordita /schegge e cocci di esistenze che più dei sogni al buio sono restate. Chiama questa lingua selvaggia un turbinio, una festa di nomi voci colori. Questa lingua così discreta, questa lingua così nuda), di Eduardo, di Salvatore di Giacomo, di Totò, di Raffaele Viviani, e di tutto il  popolo napoletano che contiene in una promessa dell'al di là o di un sogno dell'al di qua. In un excursus dal paradiso all'Inferno Servillo  ci racconta, grazie alle parole scelte, di una cultura laica e religiosa che confonde e compenetra il mondo dei vivi con quello dei morti, quello dei santi con quello dei “mariuoli”, dove esiste una giustificazione e un carattere  per ogni protagonista e in cui  l'Inferno è anche quello di Enzo Moscato “ in cui precipita la lingua che racconta esclusivamente se stessa”, fino a diventare ballata rap  o cantilena.  Uno spettacolo da cui Toni Servillo prende commiato, pur sapendo che è un vestito cucitogli perfettamente addosso che Napoli incarna fino alla profondità del sentire e del saper restituire.