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Beata Angela, spettacolo da pienone

Giulietta Mastroianni
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La scena è vuota, la platea piena. Una donna vestita con uno sfarzoso abito da Quintana ascolta la segreteria telefonica. La donna è  Angela, rappresentata da Emanuela Faraglia,  la vita che vive è quella contemporanea  e lo spettacolo è il debutto al Teatro San Carlo di Foligno della Società dello Spettacolo sulla vita della Beata Angela da Foligno “Io sono non amore” di  Michelangelo Bellani e la regia di C.I. Crugher. Uno scrittore contemporaneo, Michelangelo Bellani, al contempo  spettatore e illustratore della vita di Angela, canonizzata l'anno scorso da Papa Francesco per equipollenza  dalla platea parla direttamente con lei,  nello stretto rapporto che un demiurgo ha nella ricerca del “personaggio” e della sua ragion d'essere, suggeriti dal memoriale  dettato dalla santa a Frà Arnaldo dei trenta passi che l'anima compie raggiungendo l'intima comunione con Dio. Ma parla anche di sé, di quello che può essere compreso, accettato e riportato alla luce,e  del cammino spirituale nella propria esistenza seguendo le tracce lasciate dalla donna nella sua immaginaria ricostruzione. Il linguaggio, come quello a cui ci ha abituati la Società dello Spettacolo, senza mai rinunciare alla complessità e alla gravità del  binomio teatro-vita,  è quello della speculazione filosofica denudata   dall'ars poetica, e corrisponde esattamente alla conversione  che avvicina Angela ad un cammino più mistico che spirituale, non lineare, ellittico, e profondamente intimo. Una via, che come quella dell'amato Francesco passa dalla rinuncia e dall'espiazione del peccato, che però non si risolve in pacificazione ma nell'unione sempre sbilanciata dalla parte della ricerca con un Dio amato come un uomo a cui si vuole piacere, indicibile, a volte  “più presente nel demonio che in un angelo”, presente per via della sua stessa assenza (“Chi è Dio? Il suo stesso nulla). Angela attraversa le sue stanze buie, insieme alle proprie voci (Caroline Baglioni e Flavia Gramaccioni) che si uniscono lungo il viaggio a formare la Trinità e la portano a scoprire le tenebre lì  dove l'uomo può unirsi a Dio, nel vuoto, nel “nulla sconosciuto”, nella stanza illuminata solo da due fasci di luce che formano una croce, in una cronologia futura e passata, come quello della preghiera, “che misura un tempo in cui non ci siamo piu'”.