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“Cosa resta del cinema” secondo Stefano Rulli e Pupi Avati

Giulietta Mastroianni
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L'associazione “Per Perugia e oltre” ha organizzato venerdì 20 novembre nell'Aula Magna dell'Università per Stranieri di Perugia un interessante e vivace dibattito tra lo sceneggiatore Stefano Rulli e il regista Pupi Avati sul tema: “Cosa resta del cinema”, coordinato da Andrea Fioravanti. Come era prevedibile, a partire dalla crisi identitaria di un Paese “dove la platea si è estesa e il centro è diventato sempre più piccolo”, risultato di un graduale processo di omologazione, i due cineasti, accomunati da più di quarant'anni di esperienza di “narrazione”, hanno portato ad esempio i loro stessi esordi per poter stabilire differenze e destini del cinema contemporaneo. Pupi ricorda la sua Bologna anni '60, i film di esordio che hanno fatto perdere a un audace produttore che si faceva chiamare "Mister X" per più di 200 milioni, ricorda i film che duravano anni, di cui non si sapeva niente (niente trailer, niente anticipazioni), di ogni genere, e che venivano “consumati” nelle sale dove si poteva fumare, parlare, entrare e uscire. Stefano Rulli invece preferisce parlare della sua esperienza in “Matti da slegare” di Bellocchio, dell'emozione dell'intervistare persone chiuse nei manicomi da anni, subito dopo l'uscita della Legge Basaglia e di come gradualmente aveva visto smorzarsi l'interesse di pubblico e di critica verso le opere prime privilegiando quelli della vecchia generazione. Parlando di televisione Stefano Rulli ricorda quella degli anni 50' che ha avuto un ruolo pedagogico e di unificazione, al di là della qualità, molto importante per l'Italia, ma dalla cui funzione tranquillizzante ha faticato a nascere, come invece è accaduto in America, il protagonista “cattivo”.  Per Pupi Avati il futuro del cinema è ancora nella televisione e se si prende ad esempio la serialità americana, e la Rai come unica committente del cinema italiano, il consiglio è quello di finanziare di più i film, “facendo diventare tutto più cinema”, aumentando l'impegno produttivo anche per le serie. Entrambi concordano sul fatto che il cinema italiano non si conosce più, che gli spettatori si fermano a Sorrentino,  che l'emozione del cinema è spenta sia per chi lo fa sia per chi lo guarda, anche a causa della facilità delle riprese  e delle anticipazioni.