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Max Pezzali arriva al PalaEvangelisti con l'Astronave

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Giovanni Dozzini
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Essere da più di vent'anni un'icona pop ha i suoi vantaggi. Ma non è una garanzia per il futuro. “In questo periodo siamo tutti precari”, dice Max Pezzali, e naturalmente non sta parlando di Jobs Act e contratti a tutele crescenti. Il fatto è che la musica, anche quella mainstream, in Italia come dappertutto, non funziona più come una volta. “E quindi non è detta che per me continuino a esserci le condizioni per fare dei dischi. Un paio d'anni fa, quando ero ancora sotto contratto per un album di inediti con la Warner, avevo manifestato questo mio dubbio. Adesso siamo in trattativa per rinnovare, ma il fatto resta. Non posso essere sicuro di potermi permettere di fare il cantante per sempre”. Pezzali arriverà a Perugia martedì 13 ottobre con il suo Astronave Max Tour per la stagione di Umbria Eventi d'Autore. Al PalaEvangelisti, chiaro: l'ex 883 è uno dei pochi che non hanno smesso di riempire i palazzetti italiani. Se per assurdo domani smettesse di fare questo mestiere, spiega, magari si metterebbe a scrivere, “a collaborare con qualche rivista, chissà. Oppure a scrivere canzoni per altri interpreti. In pratica non l'ho mai fatto, ma mi piacerebbe molto. Sarebbe una bella sfida”. Per ora però Max Pezzali resta coi piedi saldi sul palco. Il suo tour è iniziato a fine settembre ad Ancona e andrà avanti fino a metà novembre, con chiusura il 15 a Padova. E visto che dopo vent'anni ogni tanto bisogna inventarsi qualcosa di nuovo, stavolta ha deciso di sdoppiarsi per regalare una versione il più fedele possibile di Fallo tu. La teoria del gender applicata al pop. “Nel disco la canzone è cantata in duetto con Syria - ride - e dal vivo abbiamo pensato di piazzarmi alle spalle un maxischermo in cui un tizio travestito da donna canta in playback con la sua voce. E quel tizio sono io”. In quanto icona pop Pezzali ha sempre guardato con attenzione al luogo in cui da almeno quarant'anni si tracciano le direttrici del pop a livello internazionale. E cioè l'America. “Dove però il pop sta vivendo una sorta di anno zero. Recentemente è virato verso il terreno del rap e del r&b, mentre in Europa si sta vivendo una sorta di poppizzazione della vecchia dance. Allo stesso tempo, per tornare agli Stati Uniti, anche il grande rock-pop sta attraversando un momento di crisi. In classifica, a parte i reduci delle stagioni gloriose come ad esempio i Foo Fighters, non trovi più nessuno. Ecco, a me interessa molto il tipo di ricerca che si fa in una dimensione più laterale, tra il folk-rock e l'alt-country. Ora come ora mi piace molto quel che fanno i Death Cab for Cutie, per dire, che da noi conosco in pochissimi. In generale però le cose più nuove credo possano venire da lì, dal vecchio country che incontra il rock indipendente, dal bluegrass che va a braccetto col folk. Il fatto che una band come i Black Keys faccia base, fisicamente, a Nashville, è un segnale chiaro. I suoni perfetti dell'hip-hop li apprezzo, ma non mi dicono molto”. Eppure con l'hip-hop italiano Pezzali ha avuto una frequentazione intensa, negli ultimi tempi. Ha collaborato con vari rapper, ha fatto il giudice a Mtv-Spit. “Sì. E' che secondo me al momento l'hip-hop italiano è più interessante di quello americano. E' in una fase di creatività molto forte. Naturalmente è partito da quei riferimenti lì, ma adesso, dopo essere uscito dal ghetto dell'underground e dei centri sociali, sta vivendo la sua età dell'oro. Con delle variazioni notevoli come il filone napoletano, per esempio, da Clementino in là: mescolano hip-hop e tradizione, e il risultato è ottimo”.