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Bacalov al Postmodernissimo tra musica, cinema e tango

Giovanni Dozzini
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“Me l'hanno proposto i ragazzi di questo cinema recuperato alla città. E io ho detto: va bene”. Dopo più di cinquant'anni dal giorno in cui lasciò la sua terra per trasferirsi in Italia l'accento argentino di Luis Bacalov è tenue ma ancora percettibile. Il grande compositore, divenuto popolare al cospetto del grande pubblico soprattutto per la colonna sonora del Postino, martedì sera 16 giugno sarà a Perugia per una conferenza-concerto in cui suonerà e racconterà la propria vita tra musica, cinema e tango. Il “cinema recuperato alla città” di cui parla naturalmente è il PostModernissimo. “Non mi è capitato molte volte”, dice. “D'altronde le cristallizzazioni culturali sono forti. Il musicista fa un concerto, non parla. Chi fa una conferenza, non suona. È arrivato il momento di abbattere questi steccati che non hanno più senso, sempre che ne abbiano mai avuto”. LEGGI Tutti festival in Umbria Dopotutto la sua stessa carriera l'ha vista spaziare tra generi anche molto diversi tra loro. Dalla musica pop degli anni Sessanta al cinema. “Sì. Mi ci sono trovato, e mi ci sono trovato anche bene. Da ragazzo ho fatto gli studi accademici, ho studiato piano, composizione. Poi per guadagnarmi la vita ho lavorato con la musica leggera per una decina d'anni. A riguardarli adesso mi sembra che mi sia servito per crescere, e per capire meglio la musica. So che pare un paradosso: per l'accademia la musica leggera è come la lebbra. Benvenuta questa lebbra, allora. A me è tornata davvero utile”. LEGGI Tutti i live in programma in Umbria Il cinema e la sua musica, e la sua musica per il cinema. Come funziona? “Ho un rapporto molto semplice e diretto, con questo lavoro. Prima di mettermi a comporre devo vedere il primo montaggio. Poi chiedo al regista cosa si aspetta dalla musica, quindi ci mettiamo d'accordo. O non ci mettiamo d'accordo: mi è capitato più volte di avere a che fare con registi con cui era impossibile intendersi, che se ne uscivano con richieste assurdi, deliranti. Ma se decidiamo di andare avanti allora mi metto a scrivere, dopodiché gli faccio sentire i temi principali. Se va bene ok, se no buonanotte. Il peggior regista possibile, in ogni caso, è quello che ti dice di non capire niente di musica, di essere sordo, che gli va bene tutto, che si fida di te ciecamente. Dopo in realtà non gli va bene niente. Do un consiglio ai miei colleghi più giovani: se incontrate un regista così, scappate”. Ricorda in particolare qualche regista nient'affatto sordo, che di musica se ne intendeva parecchio? “Sono molti, naturalmente. Uno è Fellini. Viveva in un cerchio musicalmente chiuso, è vero, con lui bisognava andare verso il circo, il vaudeville, l'avanspettacolo. Ma il nostro rapporto è stato molto fecondo. Ho imparato tanto, vedendolo lavorare. Poi ci sono Franco Giraldi ed Emilio Greco, con cui ho lavorato tantissimo. Con loro il rapporto è andato oltre, siamo diventati amici”. E il tango? Dopo tanto tempo lontano dall'Argentina le è rimasto ancora così addosso. “Sono andato via a vent'anni, e la passione per questa parola contenitore di centoventi anni di musiche molto diverse tra loro mi è venuta dopo i quaranta. Ho sempre avuto delle difficoltà a ricordare le parole di un'opera, il testo. Una volta, avevo una quarantina d'anni, ero a una festa con degli amici argentini, in Italia. A un certo punto si misero a cantare dei tanghi, e io li seguii, rendendomi conto con stupore di ricordarmi tutti i testi. Giorni dopo mi sono messo a ragionare su questa cosa: voleva dire che avevo un rapporto profondo, inconscio, con quella musica. Allora mi sono messo a studiare il tango, in tutte le sue espressioni, scavando fino alle sue origini. Ancora oggi, per il mio lavoro, è fonte di grande ispirazione”.