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Giuseppe Conte, il "ragazzo" di Donald Trump: "Ora querelo il giornalista"

Pietro De Leo
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A volte in politica tra l’imbarazzo e il rinnegamento c’è un confine sottilissimo. Prova ne è il piccolo Trump-gate che si è abbattuto sulla nostra campagna elettorale. L’ex presidente degli Stati Uniti, durante un evento di raccolta fondi elettorali, è stato avvicinato dal corrispondente di Repubblica che gli ha chiesto un commento sulla corsa italiana “Come sta andando il mio ragazzo?”, ha risposto il 45esimo presidente riferendosi a Giuseppe Conte. Aggiungendo poi: “Ho lavorato bene con lui, spero che faccia bene”. Liquidando con un “non lo so” la figura di Salvini, è tornato sul leader del Movimento 5 Stelle: “Conte è davvero una gran brava persona”. L’immagine torna a quella maggioranza molto antisistema Lega-5 Stelle assai apprezzata da Steve Bannon, allora consigliere del tycoon, che in essa vedeva un grimaldello con cui scardinare le elite europee ripiegate su loro stesse.  Qualche perplessità, Oltreoceano, maturò per via dell’accordo con la Cina sulla Via della Seta, ma il tweet con cui Trump lanciava la volata a “Giuseppi” per il suo secondo governo fugò ogni dissapore.

Repubblica aggiunge una frase un po’ urticante per l’attuale leader pentastellato, ossia che Trump “ne apprezza le fedeltà, che l’ex premier gli ha dimostrato autorizzando le due visite a Roma del segretario alla Giustizia Barr, quando era venuto a indagare sulle origini del Russiagate”. Qui, Conte, commentando oggi la questione, ha affilato la favella: “La voglia di screditare il Movimento 5 Stelle a volte dà alla testa. L’obiettivo di tutta questa macchina del fango è dire a chi crede nei valori progressisti ‘attenzione’, guardate che Conte è amico di Trump. Quando tutti sanno che per i valori, le idee e le politiche del Movimento 5 Stelle c’è una differenza notevole tra noi e le politiche perseguite da Trump”. Ha spiegato. E ancora: “Se Trump dice che Conte è una brava persona, ovviamente conferma quel che dicono tanti cittadini italiani. Se Trump dice che l’Italia e gli Stati Uniti hanno collaborato bene, durante i miei governi, va benissimo. Quello che non è accettabile è che un giornalista si avventuri in un insulto diffamatorio e dice che questo sarebbe collegato a una mia presunta fedeltà nei confronti di Trump”. Sullo sdegno di Conte non ci sono dubbi, dato che poi si è premurato di annunciare per il giornalista di Repubblica “la prima querela della mia vita”.

Al di là delle allusioni, che saranno eventualmente valutate da chi di dovere, c’è un punto politico culturale che emerge. Il feeling di quel tempo, tra Conte e Trump, era autenticamente politico. Lo dimostra, per esempio, che proprio durante un incontro dell’allora Premier del governo 5 Stelle-Lega negli Stati Uniti si decretò lo sblocco del completamento del Tap (opera risultata oggi assai utile, fornendo l’Italia di gas azero), strenuamente avversato dai pentastellati prima maniera ma su cui la Casa Bianca aveva una certa aspettativa. E durante l’intervento parlamentare con cui Conte chiedeva la prima fiducia per l’Esecutivo sostenuto da Lega-5 Stelle ebbe parole di pieno credito al populismo. I cui modelli predominanti, in quella particolare fase storica, erano Donald Trump e Boris Johnson all’epoca ministro degli Esteri Britannico ma protagonista assoluto della vita politica oltre Manica. Dunque Conte si trova a pagare idealmente pegno della sua mutazione post-ideologica (che giustificava cambi di orientamento politico) ad una collocazione ben precisa in un campo progressista che, essendo ammantato di un certo moralismo, non ammette, come noto, contaminazioni con “il nemico”.