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M5S, quando il cambio di scenario diventa alibi per il cambiamento di posizioni

Pietro De Leo
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Fa quasi compassione leggere l’intervista di Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri ed esponente del Movimento 5 Stelle, su La Repubblica di stamattina. L’argomento è il Tap, l’infrastruttura energetica che pompa gas dall’Azerbaijan raggiungendo anche l’Italia, a lungo osteggiata dai pentastellati. Oggi, Di Stefano ne decanta (giustamente) il ruolo fondamentale nel ridurre la nostra dipendenza energetica dalla Russia. Però la potenza dell’archivio esiste, e così la giornalista gli chiede: “Lei è stato, con il M5S, acerrimo nemico del Tap, la definì ‘l’opera dei criminali’. Fa mea culpa?”. Risposta: “è una questione di contesto storico differente”.

 

 

Un argomento che rimanda alla risposta, che diede qualche anno fa Paola Taverna ad un insistente Enrico Lucci, all’alba del Conte 2. La domanda era molto semplice: come è possibile fare un’alleanza con il Pd dopo anni di insulti? La vicepresidente del Senato candidamente, rispose: “era un momento differente”. Dunque, il cambio di scenario diventa alibi per il cambiamento di posizioni, ed è proprio qui l’equivoco: un partito non deve andare a rincorsa del mondo che cambia (così sarebbero capaci tutti), ma essere in grado di combinare i mutamenti con i propri valori e i principi di fondo. Il problema, per il Movimento 5 Stelle, risiede nella loro assenza. Il ribellismo puro, la retorica anticasta poteva essere sufficiente per una meravigliosa stagione all’opposizione, ma non per affrontare un percorso di governo.

 

 

E così suonano quasi come uno slancio surreale le parole di Luigi Di Maio, che ha assegnato al Movimento 5 Stelle una “pluralità di idee esistenti”. Ma quali, di grazia? Continuare a fingere la pressoché totale vacuità programmatica significa condannare il Movimento all’estinzione. In questi giorni è emersa in maniera dolorosa la scaturigine di un progetto politico sostanzialmente dis-umanizzato, affidato allo strapotere dell’algoritmo prima e all’ingabbiamento delle norme statutarie poi. Oggi, in mesi difficili, in cui il Paese si trova nella buriana di una crisi energetica, il governo avviato sui marosi dell’anno elettorale, una possibile guerra alle porte dell’Europa, il partito di maggioranza relativa ha la leadership congelata, e si trova calato in una telenovela di notai e carte bollate. Per chi ha vissuto l’epoca dei partiti veramente strutturati e vocati ad una visione del mondo, è una roba da extraterrestri.