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Suppletive Roma, la leadership fiacca di Conte e la fragile alleanza con il Pd

Pietro De Leo
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E’ lo psicodramma, l’ennesimo. Giuseppe Conte dipana l’ennesima telenovela su se stesso e cannoneggia, involontariamente, la già fragile alleanza con il Pd. Il tema è l’ipotesi candidatura a Roma, collegio Roma centro per la Camera, elezioni suppletive. Si tratta di una zona tradizionalmente (ma senza certezze assolute) propizia per il centrosinistra. Il canovaccio si è allungato due mesi. Se ne parlava già a settembre, durante la campagna per il Campidoglio. Ovviamente ha sempre smentito. Poi c’è stata un’accelerazione tra domenica e lunedì, previo, pare, accordo con Enrico Letta. E un fiorire di peana da parte del Pd e di Leu all’ipotesi del Presidente pentastellato in corsa.

 

 

Poi, è bastato che Calenda facesse una dichiarazione annunciando la propria candidatura, in caso Conte avesse sciolto le riserve in senso positivo, per mandare tutto a monte. L’ex avvocato del popolo dice che deve ancora occuparsi a tempo pieno del Movimento e che entrerà in Parlamento “dalla porta principale” nel 2023 (in quel caso quindi che farà, si dimetterà dalla guida dei pentastellati?).

 

 

Comunque, siamo all’ennesimo rovello psicopolitico, di una coalizione mai nata che continua ad incartarsi su se stessa, con le proprie debolezze d’intralcio. Giuseppe Conte paga una leadership dal fiato corto, fiaccato dall’incalzare di Di Maio dentro, dei ribellisti fuoriusciti all’esterno, e di una guerra fredda di silenzi con Beppe Grillo. Enrico Letta soffre di un “vizio d’origine” della propria Segreteria, ossia non aver conquistato la plancia di comando con un congresso. Su cui si affollano incidenti di percorso rilevanti assai, come la mancata approvazione del DDl Zan e, oggi, il pasticcio sul collegio di Roma Centro.  Aver vinto la tornata di amministrative di ottobre (più che altro per demerito del centrodestra) non ha per nulla dato slancio al progetto di “Campo largo” su cui ha investito quote del suo mandato di segreteria. L’amalgama con il centro del centrosinistra, o parte di esso, non riesce e per il Segretario Pd il ruolo di federatore appare sempre più arduo. E non basterà abbracciare il salvagente di tesi politicamente corrette per cementare un’alleanza.