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Il nuovo Ulivo di Enrico Letta riparte da vecchie idee: tasse e assalti alla ricchezza degli italiani

Pietro De Leo
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E' il mantra di Enrico Letta sin da lunedì sera, giornata in cui il responso delle urne ha certificato la sua vittoria nelle suppletive per l’uninominale di Siena e la conquista di Milano, Bologna, Napoli da parte del centrosinistra. Il Nuovo Ulivo, un’idea di coalizione inclusiva, larga che riproponga lo schema bipolare che portò il fronte progressista a vincere nel 1996 e nel 2006 con la guida di Romano Prodi. Uno schema che vede come incoraggiatori alcuni protagonisti di allora. C’è lo stesso Prodi, con cui Enrico Letta in queste ultime settimane ha avuto un filo del confronto sempre attivo. C’è Goffredo Bettini, che ripropone il suo concetto di “campo largo del centrosinistra”, del quale confidava che prima Zingaretti e poi Giuseppe Conte fosse federatore.

 

 

E poi in partita, quantomeno per una congiunzione di volti, entra Vincenzo Visco, negli anni dei governi del centrosinistra viceministro all’economia. Sul Fatto Quotidiano di giovedì 7 ottobre ha fatto capire che aria tira: a proposito del catasto e delle tasse sulla casa, ha affermato: “se la sinistra non fosse così poco consapevole del suo ruolo farebbe una campagna a tappeto uguale e contraria a quella di Salvini, perché la riforma sia applicata subito e a parità di gettito”. Ora, dando per scontato oramai che la “parità di gettito” è un concetto alquanto difficile da concretizzare, la “campagna uguale e contraria a quella di Salvini, che come il resto del centrodestra si spende a difesa del comparto immobiliare dalla mannaia fiscale, è facilmente intuibile in cosa si traduca. Il tutto perfettamente compatibile con quanto affermato da Letta, che ha invocato un aumento delle tasse di successione entro certi parametri, e con alcuni settori della sinistra favorevoli alla patrimoniale.

 

 

Dunque, se questo è il clima su cui germoglia il Nuovo Ulivo, è già prevedibile da cosa sarà costituito il tronco: nuove tasse e continui assalti alla ricchezza privata degli italiani. Un’eredità (senza imposte) dal centrosinistra degli anni ’90. Non l’unica. Al netto dei dubbi di Giuseppe Conte, il progetto invocato da Enrico Letta dovrebbe abbracciare dai bersaniani a Calenda e Renzi. E viene quasi in mente un’istantanea: il vertice di maggioranza della Reggia di Caserta nel 2007 (ai tempi del secondo Esecutivo Prodi). Un simposio litigioso e belligerante tra soci di governo, con l’indimenticabile Marco Pannella che, lasciando il telefonino acceso, mandò tutto in diretta su Radio Radicale aggiungendo casino al casino. Circa dodici mesi dopo, il governo cadde, dopo nemmeno due anni di vita.  Così come poco più di un biennio visse il precedente esperimento, quello del 1996. Perché una lezione della storia, inequivocabile, è che quell’Ulivo lì, ad abbatterlo era sempre qualcuno di casa