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Movimento 5 Stelle e riforma della Giustizia, ad alzare la posta si rischia il testa coda

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Pietro De Leo
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A forza di alzare la posta in gioco, si rischia il testa-coda. E’ il caso del Movimento 5 Stelle e la riforma della Giustizia. Dopo l’incontro tra il premier Draghi e il leader in pectore del Movimento 5 Stelle Conte, i pentastellati hanno depositato oltre 900 subemendamenti al provvedimento di riforma del processo penale. Oggi, dopo che il governo ha deciso di porre la questione di fiducia sul provvedimento, è arrivato l’annuncio da parte del ministro delle politiche giovanili (M5s) Fabiana Dadone: se la riforma non dovesse cambiare, ha affermato l’ipotesi delle dimissioni della compagine di governo sarebbe da prendere in considerazione, valutandola con Giuseppe Conte.

 

 

Nell’epoca in cui oramai “il precedente” non ha più peso politico, evidentemente il fatto che tutti i ministri pentastellati abbiano votato a favore della riforma è del tutto secondario. E la partecipazione ad un progetto di governo di unità nazionale, che come “ragione sociale” ha la lotta alla pandemia e la messa a sistema del recovery plan viene collocata sul sottofondo rispetto alla missione di Conte, che deve restituire una direzione politica al Movimento riaffermando una certa autonomia rispetto a Draghi. Tuttavia, ad alzare troppo la posta si rischia sempre. E si affollano le insidie sul Movimento.

 

 

Se votassero a favore della riforma così com’è, l’avvio della leadership di Conte si connaturerebbe in un “vorrei ma non posso” certamente poco auspicabile. E subirebbero i cannoneggiamenti di quelle figure che, è il caso ad esempio di Alessandro Di Battista, anche se fuoriuscite continuano a propugnare i “valori tradizionali” del Movimento. Se cannoneggiassero la riforma, di converso, si sottoporrebbero ad una contraddizione evidente rispetto a quanto votato prima, oltre ad esporsi a fibrillazioni interne. La compagine che fa riferimento a Beppe Grillo, infatti, non auspica fibrillazioni nel governo. Poi c’è un altro aspetto, più che altro ritagliato su Conte. La macchina comunicativa messa in moto quando era Presidente del Consiglio, lo scorso anno, lo incensò come il grande vincitore della partita Recovery, con la prospettiva di ottenere i fondi. Il cui arrivo, però, dipende anche dalla riforma del processo penale. Assai contraddittorio che sia proprio lui, un anno dopo, a mettere in discussione questa architettura. Una posizione “lose-lose” quindi. Non il massimo.