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Voto per 18enni al Senato, ora serve anche un'alfabetizzazione istituzionale dei ragazzi

Pietro De Leo
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Sembra sempre una questione di forma, purtroppo. L’Italia abbassa a 18 anni il requisito per l’elettorato attivo al Senato, e i partiti, in maniera trasversale, si lanciano in peana per chissà quale passo avanti in termini di rappresentanza. Ed è facile osservare come la tentazione sia sempre quella: ridurre le grandi questioni ad un fatto burocratico, alla logica della normetta, per quanto, stavolta, di rango costituzionale (viene cambiato l’articolo 58 della Carta). Quando invece il tema è ben più ampio. Vero, c’è un problema di inclusione sociale dei più giovani, che abbraccia molti aspetti della loro vita. La partecipazione alla cosa pubblica, certo, ma anche il percorso di inserimento al lavoro, le tempistiche, ancora troppo lunghe, con cui individuano il loro “posto nel mondo”.

 

 

Iniziare dall’alto, ossia dal coronamento legislativo di un percorso, e non dal primo passo di sostanza, conferma un limite nello sguardo in prospettiva della politica, che invece avrebbe dovuto centrare il cuore del problema. Questo in campo della rappresentanza significa migliorare, innanzitutto, l’alfabetizzazione istituzionale dei ragazzi. Oggi si continua a fare educazione civica poco e male, non c’è diffusa e profonda consapevolezza del funzionamento degli organismi dello Stato né un aggiornamento puntuale su chi ne detiene le responsabilità. Votare per il Senato a 18 anni, senza conoscerne le funzioni, senza sapere cos’è il bicameralismo perfetto o non avere contezza sul sistema dei partiti è come non votare.

 

 

Con questa base di partenza, risulta quindi del tutto demagogica la proposta del Pd addirittura di legittimare l’elettorato attivo a 16 anni, anche solo per i Comuni. Se guardiamo alla globalità della questione, poi, è ovvio che la possibilità di votare si incardina in un obiettivo più generale della costruzione di sé. Che passa, senz’altro, attraverso un percorso educativo che sia in grado di trasmettere conoscenza e fornire strumenti (e per questo è urgente il ritorno di criteri meritocratici, e non solidaristici, nella valutazione). E tramite un accompagnamento consapevole verso il mondo del lavoro, utilizzando formule come l’apprendistato duale e potenziando l’orientamento. Senza questa visione, interventi legislativi come quello approvato a Palazzo Madama non andranno oltre il recinto della suggestione. Positiva, senz’altro, ma non sufficiente.