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M5S, Grillo incontra l'ambasciatore cinese: attrazione fatale per i regimi non democratici

Pietro De Leo
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Di nuovo irrompe sulla scena politica italiana quell’attrazione fatale tra il Movimento 5 Stelle e i regimi non democratici. Stavolta, con un tempismo non da poco, considerando che i pentastellati sono in maggioranza, in un governo che ha rafforzato l’asse filoatlantico e con un Presidente del Consiglio che, quando si è trattato di fare a schiaffoni metaforici con un dittatore (vedere alla voce Erdogan) non si è certo tirato indietro.

 

 

Dunque, proprio nelle ore del G7, Beppe Grillo, che del Movimento è ancora ispiratore, incontra l’ambasciatore cinese. Un incontro cui avrebbe dovuto partecipare anche Conte, neo leader pentastellato in contoterzi, ma poi ha soprasseduto formalmente “per motivi personali”. Dunque torna quella coazione a ripetere, quel feeling irresistibile emerso nel corso degli anni come un fiume carsico. Nelle parole dello stesso Grillo, assai indulgente con l’ex leader autoritario iraniano Ahmadinejad.

Quest’ultimo, ai tempi in cui era al governo, espresse ripetutamente l’auspicio della distruzione di Israele. Ma Grillo liquidò la gravità di quelle frasi semplicemente come un errore di traduzione. Oppure nelle azioni di Luigi Di Maio, ministro degli Esteri anche nel Conte 2, che accolse con fanfare l’arrivo dei medici cinesi in Italia nei giorni bui in cui esplodeva il Covid, sorvolando sui tanti punti interrogativi –questione, politica, storica, epocale- che già allora si affollavano sulle responsabilità di Pechino nella genesi del virus e, soprattutto, sulle negligenze dimostrate nel dare l’allarme al mondo.

Sempre al Movimento 5 Stelle, poi, si deve (stavolta il governo è il Conte 1) la sigla di quell’accordo che ha reso l’Italia terminale Mediterraneo della via della Seta. Un accordo non troppo consistente sul volume degli scambi economici, ma assai sul piano del significato politico.

 

 

 

Per finire, anche se Alessandro Di Battista non è più nel Movimento, sono scritti nelle cronache gli effetti delle suggestioni sudamericaneggianti sue e dei suoi parlamentari di riferimento. Tanto che, quando scoppiò la crisi venezuelana nel 2019, con il tentativo di rovesciare il regime di Caracas, i pentastellati (che erano al governo con la Lega) non riuscirono ad esprimere una parola di ferma condanna sul regime neocomunista di Maduro. Questa è l’antologia di una ambiguità mai chiarita. E che rende il Movimento difficilmente compatibile con la linea di un Presidente del Consiglio come Draghi il quale, sin dall’inizio del mandato, non ha mai oscillato di un millimetro rispetto all’ancoraggio atlantico dell’Italia. E le risultanze di questo G7, dove Biden chiamerà a raccolta l’Occidente in chiave anticinese, lo renderà più robusto.