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Giustizia, la battaglia di Salvini sulle tracce di Berlusconi

Pietro De Leo
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Sembra quasi un deja-vu l’iniziativa annunciata dai leader della Lega e dei Radicali di lavorare insieme per promuovere dei quesiti referendari su interventi di riforma riguardanti la giustizia. Dalle rivelazioni di Palamara al caso della presunta loggia Ungheria, il clima è complesso, doloroso e sottolinea con forza la necessità di intervenire su un sistema che si è definito come potere autonomo e del tutto svincolato, che agisce secondo logiche meramente politiche nella spartizione del potere. Ad agganciarsi al contesto, poi, c’è il fatto che Matteo Salvini è un leader avvolto da bufere giudiziarie per le scelte adottate quando era ministro dell’Interno. Il deja-vu lo si ottiene se si mettono indietro le lancette dell’orologio, al 2013. In quell’anno, Silvio Berlusconi sostenne e sottoscrisse un blocco di quesiti referendari sempre promossi dai Radicali, e lo fece platealmente in una conferenza stampa nei pressi della sede di Largo Argentina. Accanto a lui, un imponente Marco Pannella.

Peraltro, quei quesiti riguardavano sia la giustizia che altri temi. Berlusconi condivideva il contenuto soltanto dei primi, ma sostenne anche gli altri rivendicando di dare ai cittadini la possibilità di scegliere. La campagna poi non riuscì, perché la Cassazione decretò il non raggiungimento del numero sufficiente di firme. Così come oggi la scelta di Salvini viene giudicata da alcuni divisiva negli assetti del governo di unità nazionale, anche allora la stessa accusa venne mossa a Berlusconi, che alla guida del Pdl partecipava alla compagine del governo Letta. E’ un’iniziativa, quella del leader della Lega, che ne conferma la continuità con il fondatore di Forza Italia su alcuni temi.

E la possibilità di intercettare parte dell’elettorato garantista che si riconosce nelle battaglie di Forza Italia per limitare le esondazioni del potere giudiziario, che spesso negli ultimi anni (anche a causa di molti errori compiuti dalla politica, basti pensare alla legge Severino) ha assunto un ruolo paracostituente, in grado di determinare gli assetti democratici di questo Paese. Il gesto politico di Salvini, però, assume anche un connotato storico tutto interno alla Lega. Viene definitivamente chiuso il conto con il Carroccio delle origini, quello che si era alimentato del giustizialismo schiumoso del ’92 ed è simboleggiato, nella memoria collettiva, dal deputato Leoni Orsenigo che sventolava in Aula alla Camera un cappio da forca. Se la Lega rafforzasse il connotato di partito conservatore liberale ne uscirebbe più strutturato il profilo di partito di governo e ne gioverebbe tutta l’area.