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Toscana, duello tra presidente Giani e capo gabinetto indagato: rischia di perdere il Pd

Christian Campigli
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Dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io. L'antico detto descrive a meraviglia il duello rusticano che si sta combattendo nel Palazzo del Pegaso tra il governatore Eugenio Giani e il suo capo di gabinetto, Ledo Gori, indagato per corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta sulle infiltrazioni mafiose in Toscana. Ieri, 19 aprile, il primo round è finito con un sostanziale pareggio. Il potentissimo dirigente avrebbe voluto parlare a quattrocchi con l'ex assessore allo sport del comune di Firenze. Il quale ha invece mandato in missione il direttore generale, Paolo Pantuliano. Quest'ultimo ha invitato Gori alla riflessione e ad accettare di mettersi in aspettativa. Il capo di gabinetto, offeso per proposta, ha ribadito di essere pronto ad accettare qualsiasi decisione, anche un'eventuale licenziamento. Ma che non farà mai, di sua spontanea volontà, un passo indietro.

Per adesso è stato messo in ferie, per dieci giorni. Giani sta vivendo momenti davvero terribili, stretto in una morsa tra la necessità di allontanare qualsiasi ombra, anche la più impercettibile, dalla sua reputazione e il rischio di inimicarsi l'uomo più potente della Regione. Quello che conosce tutti i segreti e che, se messo in un angolo, potrebbe rivelare episodi poco edificanti per il Partito Democratico. La linea telefonica tra Firenze e Roma è caldissima. Nessuno, nel Nazareno, vuole correre il rischio di ripetere in Toscana ciò che è capitato in Umbria. Quando un'inchiesta, in quel caso sulla sanità, ha stravolto equilibri politici lunghi quasi mezzo secolo. E che poi ha consegnato Palazzo Cesaroni al centrodestra. Ad oggi c'è una sostanziale differenza tra le due vicende: il governatore del Granducato non è, al momento, indagato. Dettaglio non da poco, che però non tranquillizza affatto i vertici del Pd. Essere garantisti, al di là delle frasi di circostanza (come nel caso della Bonafé), è un lusso che i dem non si possono permettere di sostenere. Sopratutto perché l'inchiesta ipotizza che l'ndrangheta abbia fatto affari sporchi ad Arezzo, a Pisa, a Livorno. Usando gli scarti delle concerie, il cosiddetto Keu, per realizzare la strada regionale 429, quella che unisce Poggibonsi con Certaldo. Senza dimenticare alcune intercettazioni davvero imbarazzanti: in una, ad esempio, i conciatori sottolineano che “Ledo Gori deve rimanere al suo posto”, in un'altra che il capo di gabinetto è “l'uomo di fiducia” ed infine che “il consorzio sarà generoso con la politica”.

Il centrodestra è sul piede di guerra. Al prossimo consiglio verrà calendarizzata una richiesta di comunicazione della giunta, presentata dalla Lega. Verrà chiesto a Giani se “è disponibile a mettere la propria onorabilità e la continuità del proprio mandato a garanzia della veridicità delle comunicazioni rese all'aula, in conseguenza della presente richiesta”. Il governatore sta vivendo il momento più complicato della sua trentennale carriera politica. Il 25% della sua campagna elettorale è stata finanziata (e regolarmente rendicontata) dai conciatori del pisano. E, se è vero che Gori era l'uomo di fiducia di Enrico Rossi, è altrettanto indubbio come l'ex presidente del Calcio Storico Fiorentino abbia confermato il dirigente nel ruolo di capo gabinetto. Una partita a scacchi, lunga e difficile, in cui ogni mossa va ponderata con attenzione. Perché il minimo errore, può portare alla catastrofe.