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Elezioni 2015, Enrico Rossi rischia il processo per le spese elettorali

Christian Campigli
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Dodici mesi difficili, densi di polemiche, valutazioni errate e una indagine della procura di Firenze che rischia di condurlo in un'aula di tribunale. Di fronte ad un giudice. Non è esattamente un bel periodo per l'ex governatore della Toscana Enrico Rossi, al quale il pubblico ministero Luca Turco ha contestato il reato di falso ideologico. Nello specifico si fa riferimento alla campagna elettorale del 2015, quella che riconfermò l'ex sindaco di Pontedera sullo scranno più alto del Palazzo del Pegaso. Rossi avrebbe dichiarato in tre occasioni, ad agosto e novembre 2015 e poi nel 2016, all’ufficio elettorale della Corte d’appello di aver speso per la campagna elettorale 2015 la somma di circa cinquantanovemila euro, a seguito di contributi ricevuti per circa settantamila euro. Secondo l’accusa, l'ex governatore avrebbe ricevuto e speso circa seicentomila euro per la propria campagna elettorale.

La falsa attestazione avrebbe inoltre indotto in errore il collegio di garanzia elettorale presso la Corte di Appello di Firenze. Il prossimo 20 maggio il giudice per l'udienza preliminare Gianluca Mancuso dovrà decidere se rinviare a giudizio l'esponente del Pd e il suo mandatario elettorale, il commercialista Luciano Bachi. Per un filone della stessa inchiesta, in cui veniva ipotizzato il finanziamento illecito ai partiti, è stata invece chiesta l'archiviazione. "Non viene contestato come illecito nessun finanziamento che ho ricevuto – commenta in una nota lo stesso Enrico Rossi - Tutti i finanziamenti che ho ricevuto sono stati verificati e su nessuno di essi è stato trovato nulla da ridire. Mi viene solo contestato di aver superato il tetto di spesa fissato per la campagna elettorale. Noi, io e il mio legale, crediamo che sia invece il calcolo della procura ad essere sbagliato. Lo abbiamo dimostrato nella nostra memoria. Quel tetto noi lo abbiamo rispettato. Conseguentemente mi viene contestato anche il falso ideologico, un’accusa che viene rivolta esclusivamente a funzionari pubblici ma che non può essermi rivolta perché ovviamente ho firmato il bilancio per la campagna elettorale non da presidente ma da privato cittadino. Si tratta dunque di aspetti formali di cui si occupa il mio legale”.

Un periodo complicato per Enrico Rossi. Nel febbraio 2020, quando la pandemia iniziava a mietere morti anche nel nostro Paese, un suo tweet scatenò una sequela infinita di polemiche. “La Toscana in materia di prevenzione contro il Coronavirus, seguendo le linee nazionali di sorveglianza attiva, sta facendo più di tutte le altre Regioni. Chi ci attacca o non è bene informato, o è in malafede o è un fascioleghista”. Senza dimenticare l'inchiesta di giugno, che fece luce su una truffa ai danni della Regione per oltre quarantacinque milioni di euro. Mascherine chirurgiche non a norma vendute a Estar e alla Protezione Civile e prodotte nel distretto cinese di Prato da aziende che sfruttavano il lavoro in nero di almeno novanta operai irregolari asiatici. Terminata l'esperienza in Regione, Rossi è diventato assessore allo sviluppo economico del comune di Signa, piccolo paese ad un passo da Firenze. Ora un'ombra che rischia di gettare fango su un'intera carriera. E che potrebbe mettere in discussione trent'anni di impegno politico.