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Conte vuole la rivoluzione del M5S: competenza e formazione

Pietro De Leo
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Nei processi politici il dato del cambiamento si rivela nelle parole chiave via via utilizzate. E non può, quindi, passare inosservato quello che emerge dall’assemblea dei deputati del Movimento 5 Stelle con Giuseppe Conte. All’ex Presidente del Consiglio, come noto, è stato affidata da Beppe Grillo la conduzione di un percorso ri-fondativo del progetto pentastellato. Una sorta di leadership in conto terzi, insomma. Che gli riesca è un altro paio di maniche, ma già si notano alcuni passaggi interessanti. Oggi, per dire, il professore di diritto ha messo sul tavolo la necessità di una “formazione continua”, l’utilità di “aggiornarci sia a livello nazionale che internazionale” per “guardare al futuro dei prossimi trent’anni”. Per questo motivo, il percorso mira anche all’avvio di un “centro di formazione”. Nel corso del confronto con gli eletti alla Camera, poi, è emerso anche il modo in cui scegliere la “classe dirigente”.

Concetti fondamentali, dunque, che segnano la discontinuità rispetto al tratto distintivo rivendicato dal Movimento in questi anni. L’illusione, a lungo propugnata dallo stesso Beppe Grillo, che la qualità non fosse un valore aggiunto per fare politica, bastando solo l’onestà. L’idolatria della democrazia diretta, di cui la piattaforma Rousseau (con cui ormai la separazione è avviata) avrebbe dovuto essere altare e strumento, con la finalità di rendere Palazzo e Paese non semplicemente dei vasi comunicanti, ma due dimensioni mescolate. Non per niente l’avvio della piattaforma si connaturò con la possibilità per qualsiasi cittadino che vi fosse iscritto di proporre, di sua iniziativa, delle proposte di legge. Ne nacque un’antologia godibilissima di idee strampalate, tutte di rispettabile buonafede, ma che costituivano la testimonianza viva che non ci si inventa legislatori da un giorno all’altro.

Per esempio, un iscritto proponeva di inserire nella scheda elettorale, assieme ai simboli dei partiti da votare, l’opzione “nessuno mi rappresenta”. Oppure c’era chi voleva vietare le pubblicità delle merendine con sorpresa o ancora chi voleva mettere una tassa alle produzioni dei film per ogni scena dove comparisse un fumatore. Robe di questo genere. La stessa idea di classe dirigente per anni è stata fatta equivalere a quella di conventicola dedita ad interessi oscuri, a scapito de “la gente” cui viene nascosta "la verità". Ora, evidentemente, dopo lo scotto di tre anni passati al governo, nel Movimento ci si accorge che il bluff è finito. E che probabilmente più che Robespierre aveva ragione Benedetto Croce: in politica, l’onestà coincide con la capacità.