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Reddito di cittadinanza, Corte dei conti solleva dubbi su utilità

Pietro De Leo
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Passata la pandemia è necessario fare un tagliando del reddito di cittadinanza, scindendo la parte meramente assistenziale, che riguarda il sostegno al reddito, dall’ingranaggio dell’inclusione al lavoro che è stato palesemente deficitario. Questo è il rilievo mosso dalla Corte dei Conti nella memoria sul decreto sostegni depositata presso le commissioni Bilancio e Finanze del Senato. La magistratura contabile, infatti, osserva che una volta lasciato alle nostre spalle il Covid occorrerà riconsiderare il reddito di cittadinanza nei “punti di palesata debolezza, separando soprattutto la componente di strumento di contrasto della povertà da quello di strumento di politica attiva del lavoro”.

Questa finalità “va rinnovata anche in considerazione delle rilevanti risorse previste su questo fronte dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”. Dunque, per l’ennesima volta, viene smontata l’argomentazione rivendicata dal presidente Inps Tridico e dagli esponenti del Movimento 5 Stelle, che nel difendere la misura durante questo periodo di pandemia hanno sempre sottolineato soltanto l’aspetto solidale, indubbiamente presente, omettendo però la vera finalità originaria dello strumento, ovvero un percorso di “welfare to work”, di inserimento nel mondo del lavoro. Obiettivo, questo, mancato, sia a causa del Covid, sia a causa della difficile integrazione nei centri per l’impiego dei navigator, figure che avrebbero dovuto essere decisive nel condurre il percettore verso l’inizio di una nuova professione.

Solo che, a fronte di un epilogo di scarsi risultati, ai navigator nel frattempo è stato prorogato il contratto che scadeva queste settimane. E le prospettive del gravame del reddito sui conti pubblici non sono per niente felici. Il Sole 24 Ore ha calcolato che, stanti le necessità di ulteriori finanziamenti della misura a causa della crisi economica da Covid, il conto totale fino al 2029 potrebbe raggiungere i 40 miliardi. In pratica, una manovra intera. Impensabile, quindi, lasciare il meccanismo così com’è, con tutte le lacune presenti, in termini di formazione del soggetto da collocare e, soprattutto, dell’incrocio tra domanda e offerta di lavoro.