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Milano, sgominata ennesima baby gang: sceglieva vittime a caso

Christian Campigli
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Una violenza inaudita. Un'organizzazione capillare, con regole ferree, quasi militari, indispensabili per occupare quello che consideravano il loro territorio di guerra. Da difendere, se necessario, anche con i bastoni. Questa mattina agenti della questura di Milano hanno arrestato un ventenne e tre diciannovenni, considerati i leader di una baby gang che operava nei pressi dell'Arco della Pace, ad un passo da Largo Sempione. Oltre alle misure cautelari (i giovani sono finiti ai domiciliari) ci sono altri nove indagati, tutti minori.

I giovani sono tutti italiani incensurati e sono responsabili in concorso e a vario titolo, di una rapina, una tentata rapina e due aggressioni ai danni di alcuni loro coetanei, del titolare di un ristoratore e di alcuni suoi dipendenti. Si facevano chiamare “La Banda della 151”. Tutti, infatti, vivevano in periferia, in uno dei quartieri meno lussuosi della metropoli lombarda, ad un passo dalla fermata della metropolitana Bonola e dall'omonimo, gigantesco, centro commerciale. Quel numero rappresentava la parte finale del codice di avviamento postale del loro rione. Non è un caso che avessero scelto proprio una dei punti più rinomati della movida milanese. Una piazza piena di locali a la page e frequentata da quella Milano bene che i giovani della baby gang potevano solo osservare dal buco della serratura.

Non potendo entrare a far parte di quel mondo dorato, hanno erroneamente creduto che bastasse fare qualche rapina, scippare qualche giovane rampollo figlio di papà o picchiarne altri per compiere il salto di qualità. Per diventare cioè i padroni del centro storico. Loro, figli di immigrati meridionali, che vivevano ad almeno mezz'ora di metro dall'Arco della Pace. Molti condividevano le risse sui social, costate ad un paio di commercianti della zona schiaffi in faccia, bastonate e, al meno fortunato, il naso rotto. Oltre al nome e al cognome i quindici della banda aggiungevano su Facebook quel 151, diventato un marchio di fabbrica. Almeno nella loro testa. Tra gli episodi più violenti il pestaggio a dei coetanei, che avevano la sola colpa di essere in quella piazza per festeggiare il compleanno di un amico. Il casus belli, creato ad hoc, era sempre lo stesso: uno della banda si avvicinava a uno dei giovani e gli urlava “mi hai chiamato coglione”. A quel punto, in pochi attimi, partiva il pestaggio violentissimo. All'inizio di ottobre la più violenta delle risse, con uno degli aggrediti che viene colpito con un casco da moto in pieno volto. Il bilancio di quella folle notte è pesantissimo: quattro feriti, di cui due finiti al pronto soccorso con prognosi di quindici e venti giorni. Ora i giovani dovranno rispondere di tutti questi atti di violenza. Che non possono certo trovare alcuna giustificazione nella condizione sociale ed economica non elevata. Una domanda sorge però spontanea: ma i genitori di questi “bravi ragazzi” non si erano mai accorti di nulla?