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Ritardo vaccini, Draghi detta la linea europea contro Astrazeneca

Pietro De Leo
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La mossa di Mario Draghi sul blocco delle esportazioni di 250 mila dosi di Astrazeneca non è rimasta un’iniziativa isolata, ma anzi ha tracciato la linea nell’approccio dell’Ue nei confronti delle aziende fornitrici di vaccini. E’ quanto affermato esplicitamente dalla Presidente della Commissione, Ursula Von der Lyen, in un’intervista rilasciata ad un pool di testate internazionali. Da cui emerge l’affermazione di un pieno principio di legalità per le forniture dei sieri, tutelando quindi i cittadini comunitari che aspettano le somministrazioni in una nuova fase di restrizioni ormai insostenibili.

Durante il colloquio, la numero uno dell’Esecutivo Ue assicura “Pieno sostegno e allineamento con l’Italia”, definendo “consensuale” la decisione assunta da Palazzo Chigi di bloccare la fornitura di Astrazeneca destinata all’Australia. “Ci aspettiamo” che la multinazionale “accresca i suoi sforzi per distribuire più dosi in Europa e si metta in pari”. Von der Lyen ha puntato quindi il dito contro l’azienda, molto in ritardo sulla tabella di marcia delle consegne, avendo finora provveduto a “meno del 10% di quanto concordato nell’Unione per quanto riguarda il primo trimestre”. Parole molto dure: “non possono spiegare perché non effettuano consegne all’Ue ma all’improvviso hanno trovato vaccini da inviare in Australia”. La Presidente della Commissione traccia una disamina ben precisa sui ritardi dell’azienda, spiegando che avrebbe dovuto predisporre le scorte in anticipo per poi cominciare la distribuzione dopo il via libera dell’Ema, come hanno fatto Pfizer e Moderna.

“Vogliamo sapere cosa è successo. Devono spiegare dove sono andate le nostre dosi”. La presidente, poi, si è detta fiduciosa di un’implementazione dell’approvvigionamento, con 100 milioni di dosi al mese a cominciare da aprile (dunque per l’Italia dovrebbero essercene circa 13 milioni). Evidentemente, il consiglio europeo di due settimane fa ha reso esplicita la necessità di cambiare passo, anche nei rapporti con le multinazionali.