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Zingaretti dalla D'Urso contro il Pd dei professorini con la puzza sotto il naso

Christian Campigli
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La rappresentazione plastica di un partito che ha smarrito il proprio popolo. Che guarda solo al breve periodo, senza affrontare con analisi serie le enormi crepe presenti, prossime ormai a trasformarsi in voragini. Il segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, ospite ieri di Barbara D'Urso, non solo ha ribadito le proprie dimissioni siano “irrevocabili”, ma ha soprattutto preso le distanze da chi concepisce la sinistra come un ritrovo di professorini con la puzza sotto il naso. “Io vengo qua, in una trasmissione che ha reso accessibile la politica a tutti, altri vanno nei salotti”. In poche sillabe, Zingaretti ha toccato il nervo scoperto del più importante partito della sinistra italiana: lo snobismo e la cronica lontananza dalle persone comuni. Perché il fratello del commissario Montalbano non sarà l'uomo più carismatico del sistema solare, ma di certo ha grandi capacità nel leggere la nostra società. E nel Nazereno attuale sembra un gigante rispetto ai nani presenti.

L'apertura ad una trasmissione pop come “Non è la D'Urso” non è certo la prima volta per un leader progressista. Nel lontano 1949, Enrico Berlinguer, segretario all'epoca della Federazione Giovanile Comunista Italiana, raccontava come sua cugina leggesse Gran Hotel, il più noto fotoromanzo del dopoguerra. Un intervento che aprì il fronte del dialogo con quel mondo femminile, forse poco acculturato ma certamente composto, in prevalenza, da proletarie. Berlinguer fu in grado di capire che un grande partito di massa come era il Partito Comunista non poteva fermarsi alle donne impegnate, quelle che leggevano solo Pirandello o Brecht. Quella chiesa laica, arrivata, nonostante il fattore, a rappresentare un terzo degli italiani, si fondava su tre capisaldi, oggi dimenticati. L'antifascismo, il valore della Resistenza e la difesa dei lavoratori come classe sociale. Se per i primi due vi è la corresponsabilità del trascorrere del tempo, che inevitabilmente annacqua anche i sentimenti più forti, il distacco dagli operai è tutto merito di scelte politiche rivelatesi miopi. Dalle norme del cosiddetto Pacchetto Treu, fino all'abolizione dell'articolo 18 di renziana memoria, è stato possibile assistere ad una vera e propria migrazione, che ha portato oggi le tute blu a votare in massa per la Lega. La scorsa settimana il ministro del lavoro, Andrea Orlando è andato in Toscana per un incontro con il sindaco di Figline Valdarno, Giulia Mugnai e il consigliere di Eugenio Giani, Valerio Fabiani, in merito alla vertenza Bekaert. La Fiom non è stata nemmeno invitata. Una scelta, che, solo venti anni fa, sarebbe stata semplicemente impensabile. Zingaretti ha chiaro che ormai il Pd prende più voti ai Parioli che a Testaccio, in via della Pergola piuttosto che alla Piagge. E che almeno metà di quelle preferenze giungono da pensionati over 70.

L'idea del campo progressista, formato dal Nazareno insieme a Leu e ai Cinque Stelle, avrebbe riportato, nelle intenzioni di Zinga, la sinistra tra la gente. Perché è dura vincere le elezioni quando ci si batte per i porti aperti e l'integrazione di chi giunge dall'Africa e poi ci si scandalizza per l'arrivo di appena cinquanta migranti nella patria dei radical chic, Capalbio, perché “alcuni territori sono speciali”.