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Pd, da Veltroni a Zingaretti: tutti i segretari condannati alle dimissioni

Pietro De Leo
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Dopo aver rassegnato le dimissioni da segretario Pd, Nicola Zingaretti assicura che non ci sarà alcun ripensamento. L’epilogo di questa vicenda si vedrà alla prossima assemblea nazionale del Partito, intanto, però, si delinea un’altra tessera di quello che è un puzzle di punti fissi nella storia dei dem, ossia che tutte le esperienze al timone si sono concluse in maniera traumatica. Tutti i segretari che si sono succeduti, infatti, hanno detto stop dopo rovinose sconfitte elettorali. Il tema riguarda i segretari eletti a congresso e dal computo, quindi, vanno escluse le reggenze temporanee, di figure come Maurizio Martina dopo il 2018 o ancor prima Guglielmo Epifani nel 2013 o Dario Franceschini nel 2009, designate per traghettare il partito verso l’assise interna. Partendo da Walter Veltroni, il primissimo segretario.

Si può dire che il Pd nacque a sua immagine e somiglianza: suggestioni kennediane, il mantra della vocazione maggioritaria (nel 2008 si presentò alle elezioni alleato solo dell’Italia dei Valori e tenendo fuori dal recinto la galassia della sinistra radicale), un tentativo di abbracciare l’intera società rivendicato con espedienti retorici assai coraggiosi, tanto che Crozza ne ricavò l’azzeccatissima caricatura del “ma anche”, che univa opposti inconciliabili. La segreteria di Veltroni inanellò una serie di sconfitte consencutive, dalle politiche del 2008, dove ben poco potè contro il centrodestra di Silvio Berlusconi, fino alle regionali di Friuli, Abruzzo e Sardegna. La sconfitta sull’Isola, dove Berlusconi trascinò alla vittoria il centrodestra presentandosi ogni week end per un tour elettorale, segnò la tomba dell’esperienza veltroniana. In una mesta conferenza stampa al Tempio di Adriano a Roma, l’ex sindaco di Roma gettò la spugna, si era all’inizio del 2009.

Nell’autunno di quell’anno, si tiene un altro congresso, e vince Pierluigi Bersani. Si era nella cuspide dell’antiberlusconismo militante e l’ex ministro dello Sviluppo spostò il baricentro Pd nell’area post diessina. Al primo appuntamento elettorale importante, però, fallì. La “non vittoria” del 2013, dovuta da un alto ad una impensabile rimonta di Silvio Berlusconi dall’altro ad un esordio dirompente del Movimento 5 Stelle, diede il via ad una fase di enorme agonia. Bersani provò lo stesso a formare un governo, senza riuscirci, e gli scappò di mano anche l’elezione del Presidente della Repubblica. Da lì, le dimissioni, che prepararono il terreno all’arrivo al Nazareno di Matteo Renzi. Cambia tutto: il Pd  abbraccia una sorta di rivisitazione del blairismo in salsa tricolore, vengono tagliati i legami con l’aggancio ereditario della tradizione comunista. Furono aspri scontri interni mentre Renzi, dopo un ribaltone interno, era riuscito ad approdare a Palazzo Chigi. Tentando l’ “all-in”, una riforma costituzionale che divenne il simbolo del proprio mandato. L’aver personalizzato fino all’estremo il referendum fu la causa della sua sconfitta. Si dimise anche lui da segretario. Poi si ripresentò al congresso, lo ri-vinse di nuovo. Ma il risultato del Pd alle politiche 2018, sotto le aspettative, segnò la tomba della sua seconda segreteria. Non è secondario ricordare che, tranne quella di Veltroni, ogni segreteria ha conosciuto scissioni ed addii di quote di partito. Il sogno di un blocco riformista coeso, dunque, si è infranto sulle realtà di un partito frammentato e litigioso, popolato da anime inconciliabili. E che soprattutto ha mancato l’appuntamento degli appuntamenti: una vittoria elettorale piena che lo rendesse in grado di governare senza compiere operazioni da pallottoliere, con la scusa del parlamentarismo che ha legittimato di tutto.