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Conte, da premier a leader politico conto terzi: un salto indietro

Pietro De Leo
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Imprevedibile è il ciclo della politica. E così oggi Conte ha ricevuto il mandato da Grillo e il gotha pentastellato di scrivere il Piano di Ripresa e Resilienza del Movimento. Gli hanno tolto il Recovery Plan d’Italia, della cui redazione voleva fare il dominus assoluto e gli hanno dato quello della forza politica fu ribellista e intransigente, ora dilaniata e sfibrata da tre anni vissuti sugli equilibrismi politici. Pare che Conte si sia preso qualche giorno per capire come strutturare il tutto e chissà se, anche in questo caso, avrà bisogno di una task force o farà tutto di suo pugno. Ironia a parte, quanto accade sa più di epilogo che di nuovo inizio. Il fu avvocato del popolo, outsider assoluto che nel 2018 nei giorni precedenti all’assegnazione del primo incarico di governo girava per i Palazzi in taxi, è stato abbracciato dal demone della politica.

Dopo la fine rovinosa del suo governo con il centrosinistra, si lanciò in quella scena non proprio onorevole del banchetto fuori Palazzo Chigi, in cui soffriva per la fine dell’esperienza come capo del governo e s’offriva per nuove leadership. O un ruolo di federatore del centrosinistra oppure una coccarda da leader del Movimento 5 Stelle. Gli sta arrivando la seconda. E comunque tutto assai lontano a quei luminosi destini politici che sembravano distendersi nella prima ondata della pandemia. Da Presidente del Consiglio che anche nel febbraio dello scorso anno sembrava ad un passo dal perdere la maggioranza passò a traghettatore di un popolo fuori dall’incubo di una vita rotta dal Coronavirus. Con tanto di retorica simil churchilliana sull’ora più buia ed altri espedienti comunicavi sparsi nelle conferenze stampa notturne.

E ancora la fiducia degli italiani che nel momento della sofferenza si stringono su chi ha il timone, il ruolo defilato del Capo dello Stato (che ne ha agevolato la centralità) e il sogno, carezzato, di un partito proprio. Una nuova realtà di centro, da cementare attraverso la forza del ruolo e la solidità delle interlocuzioni che ciò poteva comportare. Era un sogno grande, per un po’ sembrò anche alla portata. Da qui a fare il leader in conto-terzi è un salto, all’ingiù. E fa emergere quel magheggio della politica, che scambia sempre le carte in tavola facendo sembrare più dignitoso sentirsi indispensabili che mostrare al mondo la capacità di mettersi da parte, anche solo per un po’. Conte c’è cascato, ma è in affollata compagnia.