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Draghi, buon esordio al Consiglio europeo: sul tavolo problemi e critiche. A partire dal vaccino

Pietro De Leo
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Buona la prima. L’esordio al Consiglio europeo del presidente del Consiglio Mario Draghi presenta una serie di contenuti, da analizzare sia nell’ottica degli equilibri tra forze di governo, sia in quella oggettiva dei problemi in campo. Dal primo punto di vista, Draghi ha impostato una linea di interlocuzione che rivendica un ruolo italiano, per nulla aderente ad un eurolirismo acritico volto, sistematicamente, a ricacciare la polvere sotto il tappeto di ciò che non va pur di esorcizzare il “pericolo sovranista”. A questo proposito, quanti nel Pd e nella parte più sinistra del centro si erano fermati al richiamo all’irreversibilità dell’euro pronunciato dal premier in Senato probabilmente hanno avuto la serata di ieri guastata. Sì perché, e qui entriamo nell’altra prospettiva, Draghi ha posto sul tavolo questioni vere nel vertice comunitario, e lo ha fatto con una certa perentorietà. Nel momento in cui Ursula von Der Lyen ha mostrato le diapositive con la tabella di marcia sull’arrivo delle dosi, ne ha sollevato l’insufficienza. Il premier italiano ha poi posto l’accento sulla lacunosità giuridica dei contratti stipulati con le multinazionali fornitrici (sul punto un dossier di Politico, testata assai informata su cose comunitarie, ha sottolineato quanto l’accordo stipulato dall’Inghilterra sia ben più solido dal punto di vista delle penali). Invocando, poi, contromisure sull’export.

E’ così che funziona: in guerra servono i deterrenti, giuridici o politici che siano. E poi c’è l’altra questione, il freno posto sul sistema Covax, finalizzato alla donazione di fiale ai Paesi in via di sviluppo. In questo momento, con una campagna di vaccinazione che va a rilento, sarebbe difficile da spiegare ai cittadini europei, ha osservato Draghi. Ciò non vuol dire iper-individualismo occidentale, ma bilanciamento di interessi ed esigenze che fa parte della politica. Realismo, in pratica. Dal percorso di vaccinazione dipendono la ripresa dell’economia e la possibilità di superare restrizioni che stanno sfiancando le popolazioni anche dal punto di vista psicologico, clinico, stanno rompendo comunità umane. Dipende la piena riaccensione del servizio scolastico. In poche parole, la coesione sociale, arrivata ad un punto limite. Il rischio di tensioni non è un tabù, specie di fronte ad una risposta economica insufficiente. E il principio di solidarietà ideologica a tutti i costi, tanto caro alla sinistra multiculturale, rischia di non essere digeribile da famiglie che hanno sofferto per la morte dei loro cari, il crollo dei redditi, la difficoltà costante di svolgere qualsiasi attività prima usuale, fosse anche il sottoporsi  a terapie che non riguardassero il Covid.

Ancor più se si dovesse scoprire che quelle dosi destinate ai Paesi in via di sviluppo poi vanno a finire nelle vene di notabili dagli appetiti famelici che hanno affamato e impoverito i loro popoli. La verità è che Draghi ha messo necessariamente il dito in una piaga. Il blocco esecutivo europeo non è in grado, da tempo, di affrontare le sfide che l’epoca gli pone innanzi. La Commissione Juncker franò sulla gestione dei flussi migratori. Quella Von der Lyen ha mancato lo scorso anno nel coordinamento (così come sancito dal trattato di Lisbona) sulla risposta all’emergenza e ora si è impantanata sui vaccini. Osservarlo significa sottolineare che l’integrazione europea si fa non con le evocazioni o gli atti di fede, ma con gli obiettivi raggiunti per proteggere i cittadini.