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Pd, assalto a Zingaretti: la guerra fra correnti parte dalla Toscana

Christian Campigli
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Gli spifferi romani diventano tifoni in Toscana. E aprono autentiche voragini nella già fragile tenuta politica all'interno del Partito Democratico. Che Zingaretti non sia il politico più carismatico del sistema solare è noto anche ai marziani. Come è indubbio che, al contrario, abbia rare (almeno di questi tempi) capacità di analisi e sia riuscito a gestire l'uscita di Matteo Renzi senza grandi scossoni.

È bastata l'indiscrezione secondo la quale l'attuale governatore del Lazio potrebbe presentarsi dimissionario  all'assemblea del prossimo 13 e 14 marzo dalla carica di segretario del Pd (per candidarsi poi a sindaco di Roma), per scatenare una serie pressoché infinita di polemiche, di accuse e di colpi bassi. Alla base della cavalleria rusticana c'è l'alleanza, voluta da Zinga e definita come “strutturale”, con i grillini.

 

 

Una scelta che i renziani rimasti al Nazareno non hanno mai digerito. E che ora tornano a contestare con forza. Anche alla luce delle aperture, più o meno velate a seconda dei giorni, che Eugenio Giani rivolge al Movimento (in cambio della loro apertura alla nomina del nono assessore). È in questo contesto che va letta la spaccatura sull'opportunità offerta all'ex premier Giuseppe Conte di entrare alla Camera attraverso le elezioni suppletive del collegio 12 di Siena (e di altri trentacinque comuni del circondario), nel seggio lasciato vacante dall'ex ministro dell'economia Pier Carlo Padoan. Ne è nato un battibecco tra lo zingarettiano Valerio Fabiani (“l'alleanza con i M5s è strategica, no a revisioni di linea”) e Luca Lotti, che in modo assai poco elegante, ma decisamente efficace, ha rivolto al nativo di Piombino un vero e proprio avvertimento. “Non ho compreso l'uscita scomposta di Fabiani sulle alleanze, che non è all'ordine del giorno. Anche perché dal suo nuovo, importantissimo, incarico in Regione mi aspettavo più prudenza”.

 

 

Infine, la nomina di ieri dei sottosegretari e dei vice ministri del governo Draghi: nessuna traccia di donne toscane con in tasca la tessera dei Democratici. E così l'assalto alla diligenza si completa in grande stile, con Simona Bonafè, Dario Nardella e Stefano Bonaccini pronti a prendere il posto di Zingaretti. E cambiare, radicalmente, la linea del Pd sull'emergenza Covid. Basta posizioni rigorose, addio al lockdown, sì a nuove apertura, soprattutto per palestre e ristoranti (anche a cena). Unico punto sul quale le vari anime del più importante partito progressista sono riuscite a trovare una sintesi, almeno in Toscana, è stata la difesa strenua e ideologica di Giorgio Van Straten, che resterà presidente della Fondazione Alinari, nonostante abbia apostrofato come “peracottaiaGiorgia Meloni durante una trasmissione radiofonica. Ma se Atene piange, Sparta di certo non ride. Le conseguenze politiche e strategiche della nascita del nuovo esecutivo guidato da SuperMario arrivano anche nelle fredde stanze del Palazzo del Pegaso. Fratelli d'Italia ha presentato una proposta per chiedere al governatore Eugenio Giani di portare alla conferenza Stato – Regioni la richiesta di dimissioni per il commissario Domenico Arcuri. Un'idea che non è stata approvata non solo dal centrosinistra, ma anche dalla Lega (che ha deciso di astenersi).