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Milleproroghe, blocco degli sfratti fino al 30 giugno: la norma che divide

Christian Campigli
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Una corsa contro il tempo, per rimandare l'inevitabile. Il governo Draghi, dopo aver ottenuto un'ampia maggioranza in entrambe le Camere, è subito chiamato ad una corsa contro il tempo. Entro la fine del mese va infatti approvato il cosiddetto decreto Milleproroghe. Al suo interno numerosi provvedimenti, ma su tutti spicca il blocco degli sfratti fino al 30 giugno. Una norma che divide e crea inevitabili polemiche.

 

 

 

Perché se da una parte garantisce un tetto ai morosi incolpevoli, dall'altra favorisce i furbetti di turno. E soprattutto toglie introiti ai proprietari di immobili. Tra questi vi sono banche, miliardari, affaristi della peggior specie, ma anche persone normali, che con quelle settecento euro mensili riescono ad andare avanti in modo dignitoso. Figli che hanno deciso di non vendere la casa nella quale vivevano i propri genitori poi defunti, per crearsi, in modo del tutto lecito e legale, una seconda entrata.

Vi è poi un rischio nel rimandare sine die l'applicazione delle regole. Quello cioè di bloccare il mercato immobiliare, settore di grande importanza nel nostro paese o di trasformarlo radicalmente. Un fenomeno dirompente, soprattutto nelle città d'arte. Trovare un bilocale in affitto nel centro storico a Firenze o a Venezia è sostanzialmente impossibile. In molti preferiscono mettere  annunci sul portale Air b/b, per soggiorni turistici brevi. Più redditizi, ma soprattutto esenti dal rischio che l'affittuario non paghi quanto stabilito.

 

 

Un fenomeno che va di pari passo con lo spopolamento delle aree centrali di queste città. Che assomigliano sempre di più ad immensi musei a cielo aperto e sempre meno a metropoli dove è piacevole vivere il proprio quotidiano. Il blocco degli sfratti senza alcun dubbio evita (o meglio posticipa) lo scoppio di una gigantesca bolla di tensione sociale. Che in piena pandemia l'Italia non si può proprio permettere di gestire.

Prima o poi però i nodi verranno al pettine e il rischio che, dopo giugno, la situazione degeneri è concreta. Sono numerosi gli avvocati che hanno lanciato l'allarme in questi giorni. Quello cioè legato da una parte ad una norma che non affronta il tema in modo strutturale e dall'altro rischia di creare ingorghi nella già lenta macchina della giustizia civile. Non serve un veggente per capire come, terminato il blocco degli sfratti, saranno numerosi i proprietari che si rivolgeranno al tribunale per tornare in possesso del proprio immobile. Una soluzione più a lungo termine sarebbe quella di destinare una parte dei duecento miliardi dei recovery  alla costruzione di nuove case popolari. O alla ristrutturazione delle migliaia di alloggi oggi sfitti, perché in pessime condizioni. Costruirne di nuove, ripristinare quelle mal messe e magari sfrattare chi non paga nemmeno il modesto canone pubblico (che varia in base all'indicatore Isee, ma che raramente supera le duecento euro mensili), potrebbe essere una delle idee più lungimiranti del governo presieduto da SuperMario.