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Dalla vocazione maggioritaria di Veltroni al matrimonio con M5S, la decrescita infelice del Pd

Pietro De Leo
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Le intenzioni passate sono ancor più malinconiche quando profondamente disattese. Così si può leggere il nebuloso ricordo del Pd “a vocazione maggioritaria”. Ne parlò Walter Veltroni, nel lontano 2007, nel discorso del Lingotto di Torino da cui avrebbe lanciato la sua (vittoriosa) corsa a primo segretario Dem. Oggi siamo a quasi tre lustri e una missione fallita. Il Pd entra nell’ottavo anno al governo senza aver mai guidato una coalizione vincente alle elezioni, fosse anche coalizione ridotta come teorizzava Veltroni. Oggi sconta scissioni, risultati poco onorevoli sul territorio, e boccheggia nel tentativo di alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle. E paga un prezzo altissimo, quanto a tenuta interna, dell’appoggio al governo Draghi. Mai rifugiarsi nel comodo moralismo, in politica, perché poi non è detto che il flagello uno se lo dia in faccia.

Così è accaduto con la necessità di governare con la Lega di Salvini dopo averla considerata, per anni, una sorta di incidente della democrazia. E’ accaduto con i diritti delle donne. Il Pd ha fornito lo spargisale per le rivendicazioni più ideologiche sul tema e va da sé che l’essersi trovato con tre ministri maschi in squadra sia diventato un doloroso fatto politico. “Rimedieremo”, ha detto Zingaretti a “Oggi è un altro giorno su Rai1”. L’occasione è ovviamente la compagine dei sottosegretari, che siano tutti e 7 in rosa o al massimo 5 maschi e 2 donne. Per le signore alcune ipotesi potrebbero essere Marianna Madia (che potrebbe andare al Mef), Lorenza Bonaccorsi (al Turismo), la conferma di Marina Sereni (Esteri). Nella quota maschile sembra stabile Matteo Mauri per il Viminale e non si esclude ancora Misiani al Mef. Ma ovviamente è una girandola in corsa. Perché si è aperto un altro guaio, stavolta sul tema Mezzogiorno.

Un gruppo di dirigenti siciliani, infatti, ha chiesto la convocazione “urgente” dell’organismo direttivo regionale al fine di proporre al segretario Nicola Zingaretti di indicare nella rosa dei sottosegretari anche Totò Martello, sindaco di Lampedusa. E però il presidente della direzione regionale dem dell’Isola ha già detto che, quelle firme, non sono in originale. Sono messi così, insomma, ai formalismi in carta intestata. Come se non bastasse, poi, grava su tutto l’adesione all’intergruppo con Leu e Movimento 5 Stelle al Senato. Un’iniziativa, molto funzionale alle intenzioni federative di Conte, portata avanti pressoché in solitaria dal capogruppo di Palazzo Madama Marcucci (anche Zingaretti praticamente gli ha addossato la responsabilità del tutto) e che ha spaccato il partito Insomma, un Pd che, al pari del M5S, rischia la balcanizzazione. Al termine di un anno in cui, tra pandemia e caduta dell’Esecutivo Conte, non è mai sembrato con “i minuti nelle gambe” per imporre temi qualificanti nell’agenda politica.