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Draghi boccia le quote rosa: “Attuare vera parità di genere”

Pietro De Leo
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Eccolo lì, annidato nel discorso di Mario Draghi al Senato, un bel calcione al politicamente corretto. Il Presidente del Consiglio ha espresso consapevolezza dell’importanza delle pari opportunità ma, nel contempo, si è mostrato lontano dalle suggestioni femministe.

“Una vera parità di genere - ha detto il premier- non significa un farisaico rispetto delle quote rosa richieste dalla legge”. Balsamo in un confronto intorno al tema di genere spesso ridotto a questioni di contabilità nelle poltrone o alla noiosa disputa sull’ultima vocale dei nomi. Ministra invece che ministro, assessora in luogo di assessore e altre amenità. La vera parità, argomenta Draghi, “richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi.

 

 

Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro”. Un tema che si lega anche a quello della fase educativa, dove l’ancora bassa quota di approdo delle donne alle “stem”, ossia le materie di indirizzo tecnico, scientifico e matematico è un freno all’occupabilità in rosa. A questo proposito, il Presidente del Consiglio afferma: “garantire parità di condizioni competitive significa anche assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera: digitali, tecnologiche e ambientali” Intendiamo quindi investire, economicamente ma soprattutto culturalmente, perché siano sempre più giovani donne scelgano di formarsi negli ambiti su cui intendiamo rilanciare il Paese”.

 

 

Un’esperienza di governo, chiaramente, non si valuta solo sugli intendimenti iniziali. Ma l’approccio pragmatico c’è, e si sente, con tanto di accento su una parolina, “competitive”, che sicuro fa drizzare i capelli a quella sinistra che la parità la vuole all’arrivo e non alla partenza. E diversamente non avrebbe potuto essere, se si legge con serietà il dato istat sui posti di lavoro perduti nel 2020: su 444 mila totali, 312 mila sono donne. Cifre da tragedia, che rendono necessaria una svolta nei meccanismi di inclusione sociale, a partire dalle competenze e dalla formazione, per poi contemplare strumenti di welfare che concilino il ruolo a lavoro con quello di madre. E sovrastano, assai, la polemica di questi giorni. Dalla guerra delle donne Pd per non aver ottenuto ministeri a certi mai sopiti slanci ideologici ereditati dagli anni ’70. Non basta cambiare una vocale per cambiare un mondo. Ma serve rimboccarsi le maniche.