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Incubo nuovo lockdown. Draghi preferisce il silenzio

Christian Campigli
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Accuse reciproche, polemiche infinite e una spaccatura sempre più profonda tra chi cerca di salvare vite umane da un virus che muta in continuazione e chi vorrebbe evitare di affondare definitivamente l'economia italiana. Uno scenario da incubo per il nuovo governo, con un grande assente nel dibattito pubblico odierno: Mario Draghi. L'ex governatore della Bce per adesso si tiene lontano dal tema del giorno, ovvero la possibilità di far nuovamente piombare l'Italia in un lockdown nazionale. Troppo esperto per cadere nei battibecchi tra ministri, il gesuita non vuole certo farsi tirare per la giacchetta. Nei palazzi romani si vocifera che la linea sarà quella di un rigore responsabile. Nessuna concessione all'emotività del momento, ma occhi ben aperti all'evoluzione del numero di contagiati e di morti. E porte aperte a possibili modifiche. Anche radicali, se necessario. Si continuerà per adesso col sistema dei colori (definito dai maligni “il semaforo”) e col coprifuoco serale.

Ma si inaspriranno i controlli contro i “furbetti” e soprattutto si istituiranno zone rosse nelle province con numeri fuori controllo. Come ad esempio a Pescara, dove la nuova variante inglese è colpevole del 65% dei nuovi contagi. Le parole di Walter Ricciardi, se hanno irritato profondamente leghisti e renziani, non sono certo piaciute nemmeno a sinistra. Non solo per il tono eccessivo e perentorio, ma soprattutto perché una simile presa di posizione non può venire da un consigliere di un ministro. Ne è convinto, tra gli altri, anche Alessio De Giorgi, renziano doc, braccio destro dell'ex ministro Teresa Bellanova durante il Conte bis. “A parte il curriculum, su cui ovviamente non c’è paragone, formalmente il ruolo di Ricciardi non credo sia così diverso da quello che avevo io. Non oso immaginare cosa avrebbe fatto Teresa se, sotto l’attenzione mediatica, fossi andato in televisione ad anticipare temi o riflessioni o a fare dichiarazioni ed annunci. Conoscendola, non sarebbe stata morbida. Perché, banalmente, un consigliere di un ministro consiglia il ministro, non l’opinione pubblica”.

La posizione del governo, quella cioè di non passare immediatamente ad un lockdown generalizzato, è stata presa anche in relazione agli impietosi numeri di una campagna vaccinale fin qui disastrosa. Di fronte ad una macchina pubblica che non riesce a tenere fede ai propri impegni (il ministro della salute Roberto Speranza aveva promesso “tredici milioni di vaccinati entro fine marzo”) diventa complicato chiedere agli italiani ulteriori sacrifici. Vi è poi una questione strettamente economica. SuperMario sa meglio di chiunque altro che più le attività restano aperte, meno denari pubblici devono essere utilizzati per i cosiddetti ristori. Il premier vuol usare i recovery plan per opere di prospettiva, per il futuro del Paese, per renderlo più moderno ed efficiente. Sulla falsa riga del piano Marshall.