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Covid, scuola grande malata: Draghi vuole recuperare gli effetti negativi Dad

Pietro De Leo
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Il neo ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi nelle sue prime dichiarazioni ha posto come il ritorno alla didattica in presenza il prima possibile un punto qualificante. Intendimento a cui, però, si frappone la diffusione della varianti del Covid che a quanto pare sono particolarmente insidiose nella generazione più giovane. Sul punto la scienza si divide. A tal proposito, per esempio, uno studio dell’università di Warwick, in Inghilterra, ancora in corso di elaborazione, ventila che la riapertura degli istituti non farebbe da detonatore sulla diffusione del virus. Intanto, il problema della prospettiva esiste. Come esiste un tema di consuntivo, ossia di quanto la didattica a distanza influisca sul livello di preparazione degli studenti.

E se il capitale umano sarà, come pare, uno dei punti fondanti dell’azione di Mario Draghi, l’esigenza di porre rimedio ai contraccolpi di un anno scolastico e mezzo a singhiozzo, condotto nell’emergenza e con il cambio di dinamiche anche valutative (basti pensare all’esame di Stato molto semplificato) è impellente. Il Presidente dell’associazione Nazionale Presidi, Antonello Giannelli, intervenendo a SkyTg24 ha affermato: ”Dati oggettivi di apprendimento dei ragazzi dovuti alla didattica a distanza non ce ne sono. Per questo abbiamo chiesto che a settembre se ne possa occupare l’Invalsi, avviando un monitoraggio che consenta di individuare e recuperare le carenze formative”. E ha aggiunto la necessità non di “un qualcosa che vada bene per tutti a prescindere dai risultati, ma una osservazione di quello che è avvenuto e un eventuale intervento”. E secondo il numero uno dell’associazione presidi dovrebbe occuparsene l’istituto di valutazione “perché è preposto al confronto tra i risultati dei nostri ragazzi e risultati degli altri Paesi”. Proprio l’Invalsi in una ricerca pubblicata l’altroieri dal Sole 24 ore ha certificato che per circa 6 bambini su 10, dunque più della metà, le lezioni da remoto si sono verificate “proibitive”, e appena il 36% era in condizioni ritenute “accettabili” per potervi partecipare. Peraltro, l’utilizzo delle videolezioni è stato particolarmente penalizzante per gli alunni disabili.

Lo dimostra un questionario realizzato da Università di Bologna, Lumsa, Università di Trento e Fondazione Agnelli e rivolto ai docenti, risalente alla seconda metà dello scorso anno. Ebbene, circa il 35% degli studenti diversamente abili, dunque oltre uno su tre, ne è rimasto escluso. I motivi sono vari, o l’inefficacia dello strumento utilizzato, oppure perché la modalità era del tutto impraticabile rispetto alle condizioni dell’alunno. Neanche uno su cinque ha potuto beneficiare di percorsi didattici individualizzati. Una mappatura straordinaria ed ufficiale dell’impatto sulle competenze, dunque, è quanto mai necessaria. Con buona pace, magari, della Cgil cui i test Invalsi sono tradizionalmente indigesti e quest’anno ha proposto di non tenerli. Chissà se c’entra qualcosa il dibattito, in corso da anni, sul fatto che essi potrebbero essere l’architrave di un sistema di valutazione dei docenti, per arrivare a retribuzioni differenziate in base al merito. A pensar male si fa peccato, ma…