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Governo Draghi, dopo la politica popstar torna la sobrietà

Pietro De Leo
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E’ una pausa dalla “politica-pop”, quella che si registra con l’avvio del governo Draghi. Un giuramento sussurrato, che si è fatto largo in un sabato piovoso come dato di cronaca, mero passaggio formale più che rito di attenzione collettiva come era stato finora. Archiviate le istantanee degli anni che furono, dove l’impatto visivo dell’esordio era un dato irrinunciabile. La mise blu di Maria Elena Boschi che diede sfogo ai meme (alcuni anche di cattivo gusto) nel governo Renzi, la complicità sorridente tra Salvini e Di Maio in attesa di giurare alla partenza del Conte 1. O ancora le guerre puniche scatenate, con la nascita del Conte 2, attorno al vestito di Teresa Bellanova. Stavolta, niente.

Al massimo un mero dato di colore, ossia che nel Salone delle Feste, nell’attesa del giuramento c’era un visibile solco tra tecnici e politici, i due gruppi tendevano a rimanere l’un l’altro separati nei conciliabili prima del momento solenne. Fisiologico, ma pochino sul piano dell'attrattiva. Così come c’è ben poco sussulto sulle biografie. Quelle dei politici sono già note, essendo tutti provenienti da altre esperienze di governo come ministri o sottosegretari. Quelle dei tecnici, tradizionalmente appassionano meno. La mascherina calata in viso priva anche della mimica, del minimo refolo di emozione, un sorriso, una smorfia o un piglio di meraviglia. Peraltro, a causa delle norme anti Covid è venuta meno anche tutta l’altra parte di racconto che solitamente fa da cornice al giuramento, incentrato sui familiari e partner che accompagnano i ministri.

Niente di niente. Così com’è inedito un Presidente del Consiglio che, almeno per il momento, non utilizza i social e non appare orientato alla costruzione di sé. E conquista l’immaginario collettivo in una maniera del tutto nuova, dal politico popstar siamo passati al politico-Patrono, nel senso di Statua del Santo che tutti evocano e a cui tutti offrono i propri accorati auspici e dunque non ha bisogno di mettersi in mostra da sé. Di fronte a questo, appare più netta la contrapposizione di Conte che lascia Palazzo Chigi regalando la scena finale di quel copione di egolatria recitato dalla pandemia in poi. Il resto della politica, almeno per un giorno, veste di grigio e parla sottovoce. Una breve ricreazione dallo spirito del tempo.