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M5S, dopo sì a Draghi Di Battista lascia: 40 parlamentari con lui

Christian Campigli
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C'eravamo tanto amati. Il titolo del capolavoro di Ettore Scola del 1974 rappresenta con precisione quasi scientifica lo scisma d'oriente che sta avvenendo all'interno del Movimento 5 Stelle e, soprattutto, della frattura definitiva occorsa tra Beppe Grillo e Alessandro Di Battista.

 

 

L'enfant prodige, considerato dal comico genovese come l'unico vero erede, ha detto basta. “D’ora in poi non parlerò più a nome del M5s, perché in questo momento il M5s non parla a nome mio. E dunque non posso fare altro che farmi da parte. Questa scelta politica – ha continuato Dibba – di sedersi con determinati personaggi, in particolare con Forza Italia, con un governo nato essenzialmente per sistematizzare il M5s e buttare giù un presidente perbene come Conte... questa cosa non riesco proprio a superarla. D’ora in poi non posso far altro che parlare a nome mio e farmi da parte. Se poi un domani la mia strada dovesse incrociarsi di nuovo con quella del M5s, vedremo: dipenderà esclusivamente da idee politiche, atteggiamenti e prese di posizione”.

 

 

Una presa di posizione che non ammette repliche e che porterà degli strascichi anche in Parlamento. Il voto sulla piattaforma Rousseau, che ha dato il via libera col 59% dei consensi al governo Draghi, è solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso ormai colmo. Il Che Guevara di Roma nord non ha mai apprezzato la scelta governativa. Che ha portato i grillini prima a votare i decreti sicurezza con Matteo Salvini e poi ad abbracciare una politica filo europeista col Partito Democratico. Fino all'appoggio incondizionato per l'ex governatore della Bce, dipinto come Dracula da Dibba in un suo celebre video postato su Facebook alcuni anni fa. I rumors raccontano di almeno quaranta parlamentari (quindici alla Camera e venticinque al Senato) pronti a seguirlo in una nuova avventura. Si fanno i nomi di Barbara Lezzi, Alvise Maniero e Pino Cabras, solo per citare i più conosciuti. Il pasdaran ha vissuto come un'offesa personale, ma soprattutto un insulto verso gli italiani che hanno creduto nei Cinque Stelle, la scelta di sedersi allo stesso tavolo col più acerrimo dei nemici, Silvio Berlusconi. L'uomo che rappresenta meglio di chiunque altro gli interessi contro i quali il Movimento avrebbero dovuto battersi. Profondamente deluso anche dal suo gemello diverso, Giuseppe Di Maio, che ha perfettamente incarnato la mutazione genetica dei grillini.  Perché il passo dal voler “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” alla “via europea” a volte non è poi così lungo. Vi è poi un'ulteriore tensione, che forse non porterà conseguenze (almeno nell'immediato), ma che certo non giova alla coesione interna. All'interno dell'ala governista, che ha da sempre come punto di riferimento culturale il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio, non è piaciuto l'atteggiamento col quale è stato trattato Giuseppe Conte. Fino a pochi giorni fa considerato il punto di caduta inevitabile per evitare le elezioni, oggi messo in naftalina per far spazio a SuperMario.