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Landini (Cgil) pensa allo ius soli e ignora i cambiamenti nel lavoro

Pietro De Leo
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Clima di unità nazionale, di condivisione degli obiettivi, consapevolezza dell’urgenza e della gravità del momento. Questa è l’enfasi che si va costruendo attorno al tentativo di Mario Draghi. Con un certo sforzo di tradurre tutto questo, da parte delle forze politiche. Ma poi c’è qualcuno che ci prova sempre, a pigliare la scorciatoia ideologica. E' accaduto nel corso delle consultazioni delle parti sociali, con il segretario della Cgil, Maurizio Landini, che ha rilanciato sullo ius soli. “Dobbiamo investire nei ragazzi di questo Paese, anche in quel milione di origine straniera che attende di vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana. Chiediamo lo ius soli che è il primo passo per una vera integrazione ed inclusione”.

Un tema divisivo che più non si può e lo hanno dimostrato gli scontri in proposito degli ultimi anni. Ma anche la conferma di un certo sindacato che, forse proiettato ancora nel cuore della Seconda Repubblica, non abbandona le sue pulsioni ideologiche. Con l’effetto di non cogliere il mutamento in corso, anche nel mondo del lavoro, e che necessita di risposte sradicate da certi dogmi. Non è un caso, per esempio, che la Cgil abbia una rappresentanza assai ridotta nel comparto dei riders, architrave di quella gig economy segno di un influsso preponderante della tecnologia nell’organizzazione del lavoro. Ed è alquanto sconfortante che la Cgil si aggrappi ai retaggi demagogici della sinistra con le prospettive che si delineano nel nostro Paese. Basti guardare ai dati di una ricerca dello studio Ambrosetti che quantifica a 3,2 milioni i posti di lavoro a rischio per via della digitalizzazione del lavoro.

Una cifra diffusa prima del Covid, che com’è noto ha creato un’accelerazione tecnologica di una decina d’anni. A questo dato si possono aggiungere quelli diffusi dal Sole 24 Ore, ossia che oltre il 50% degli italiani adulti potrebbero essere potenzialmente bisognosi di riqualificazione, perché hanno competenze obsolete. Inoltre, il 24% degli adulti partecipa a percorsi di formazione, a fronte di una media Ocse del 52. L’allineamento tra domanda di lavoro e competenze nell’economia che verrà è il vero tema. Per affrontare il quale servono visioni, non bandierine ideologiche.