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M5S, resa sul voto telematico: il no alla politica delegata all'algoritmo

Pietro De Leo
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E arrivò la resa. Il rinvio, al momento a data da destinarsi, del voto telematico sulla piattaforma Rousseau sul sostegno o meno del Movimento 5 Stelle al governo Draghi segna la sconfitta dell’utopia sulla realtà.

 

 

 

Va a farsi benedire il mantra della democrazia diretta web, della convinzione di poter demandare al singolo militante virtuale, affezionato al blog e alle battaglie pentastellate, l’orientamento su scelte politiche fondamentali. Il passaggio fu mantenuto, già allora con estrema difficoltà, ai tempi dei governo con la Lega e con i partiti della sinistra. Ora, con l’ipotesi Draghi, si butta in là la palla. Tengono il punto, almeno per adesso, i duri e puri del Movimento, per i quali l’ex numero uno di Bankitalia e BCE rappresenta l’idealtipo di ciò contro cui combatteva il grillismo delle origini: il mondo bancario, appunto, la dimensione sovranazionale, l’interlocuzione costante con i potentati.

 

 

 

Senza dimenticare che attorno alla figura di Draghi si è costruito, negli anni, un racconto complottista a cui buona parte della base pentastellata si è abbeverata. Ora, il Movimento scopre l’impatto con la maturità. La politica non può essere delegata all’algoritmo, né essere incastonata a farraginose regole procedurali interne. L’incaglio in cui è imbrigliato il Movimento dimostra esattamente questo. Certe contingenze che si ritengono doverose da affrontare impongono scelte spesso in direzione molto diversa, o opposta rispetto a quelle che presumibilmente potrebbe assumere “la base”.

Mettendo in conto il rischio di un calo nei consensi. Una regola vecchia come la democrazia, e il fatto di poterla archiviare rientrava nella tenera utopia del Movimento 5 Stelle delle origini (così come la convinzione di poter fare a meno delle alleanze). Ed è ancora più significativo, peraltro, che a caricarsi sulle spalle il ribaltamento di tutto questo sia stato proprio Beppe Grillo, il garante e fondatore (assieme a Gianroberto Casaleggio) del messaggio originario, che anelava alle istituzioni “casa di vetro”, alla prassi politica sorvegliata in streaming, e all’illusione di un governo gestito “dal basso”, con decisionalità diffuse di cui gli eletti avrebbero dovuto essere meri esecutori. In questo senso si collocava anche lo scrupolo con cui i parlamentari pentastellati eletti nel 2013, all’esordio, chiedessero di essere appellati non come “deputati” o “senatori” ma più semplicemente “cittadini”. Per tenere unito il legame con ciò che c’era là fuori,  in ossequio dell’ “uno vale uno”. Non poteva reggere e in queste ore se ne è avuta l’ennesima, forse definitiva e rovinosa, conferma.