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Frode del riso, condannati in due

Alessandra Borghi
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Il riso prodotto e commercializzato da una società secondo la procura era diverso per qualità da quello dichiarato in etichetta. Ecco in che senso: quello per risotti e timballi sulla carta apparteneva al gruppo “superfino” e invece la varietà autentica sarebbe stata quella “Volano”, con “rotture superiori al 5 per cento consentito”; quello dichiarato appartenere al gruppo superfino varietà Roma, risultava della varietà Sant'Andrea; c'era poi quello “a grana tonda di origine italiana per minestra quattro stagioni” che sarebbe stato del gruppo Fino; da ultimo, il fino Ribe Parboiled per insalate, secondo le indicazioni, era sottoposto a parboilizzazione ma, in base alle analisi, erano stati aggiunti additivi per far apparire la colorazione tipicamente derivante da quel trattamento, per cui i chicchi erano di un giallo molto intenso. Per chi produce alimenti, si sa, le regole da rispettare sono una marea ed erano stati i carabinieri del Nas su segnalazione dell'Associazione Industrie Risiere Italiane, dopo aver prelevato sacchetti di riso da vari supermercati, a disporre gli accertamenti su campionature da cui era risultato il quadro suddetto. In tre erano finiti a processo a Perugia per concorso in frode nell'esercizio del commercio: il presidente del consiglio di amministrazione della società produttrice (non umbra), un consigliere delegato e il vicepresidente della stessa. Oltre ai militari del Nas che fecero le indagini, su richiesta della difesa del vicepresidente, rappresentato dall'avvocato Francesco Gatti, nell'istruttoria sono stati sentiti anche il responsabile del confezionamento del riso, un consulente tecnico e lo stesso imputato. In base al primo teste, il vicepresidente si occupava dell'acquisto di materie prime, il “risone”, svolgendo la sua attività in prevalenza fuori dello stabilimento. La produzione interna, insomma, non ricadeva sotto la sua responsabilità. Il consulente di parte, dal canto suo, ha sottolineato che le differenze emerse dalle analisi non si traducevano in differenti caratteristiche organolettiche e anzi, almeno in un caso (qualità Sant'Andrea anziché Roma), il riso era persino di più alto valore economico; in più, non ci sarebbe la prova di una mancata parboilizzazione. Alla fine, il giudice Annarita Cataldo ha ritenuto comunque fondato il reato di frode in commercio (che sussiste – dice il magistrato – ogni qualvolta il prodotto è semplicemente “diverso”, e non anche necessariamente dannoso per la salute, da quello indicato nell'etichetta, poiché l'illecito in questione tutela l'interesse dello Stato al “veritiero esercizio del commercio”). Tuttavia, solo presidente e consigliere delegato, spiega la sentenza, si occupavano di produzione, confezionamento e commercializzazione, e non anche il vicepresidente: assolto dunque quest'ultimo, gli altri due dovranno pagare una multa di 800 euro.