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Simboli del passato in bella mostra all'ospedale: manca la lapide benedettina

Alessandra Borghi
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L'antico pozzo ormai campeggia, ricostruito, davanti all'ingresso dell'ospedale Santa Maria della Misericordia, pronto per essere inaugurato. Un segno tangibile delle radici antiche del nosocomio cittadino, nato in via Oberdan, in centro. Mancano le colonnine, a quanto pare. Ma pazienza. Chissà che prima o poi non spuntino fuori. Il pozzo non è comunque l'unico simbolo del passato in cui ci si imbatte in questa struttura per il resto molto contemporanea. Due passi nell'atrio ed ecco le bacheche espositive volute per rendere a tutti fruibili oggetti che raccontano la storia: si trovano, così, strumenti medici, la pianta del vecchio policlinico di Monteluce e libri di medicina. Salvo uno: o almeno così pare di capire. Perché, leggendo le etichette, all'apparenza manca il più antico dei cinque testi, il trattato di ostetricia De Partu Hominis, Venezia 1532. Magari sarà in restauro. Basta fare ancora un giro e approdare nella sede del dipartimento di Medicina per imbattersi in altre testimonianze. In questo caso si tratta di opere d'arte sì contemporanee, ma provenienti dal vecchio policlinico: un altro pezzo della memoria storica cittadina. Sono nell'atrio dell'edificio ellittico, dove furono ricollocate nel dicembre 2012 (allora era Francesco Bistoni il magnifico rettore). Si tratta di affreschi del pittore perugino Enzo Rossi: uno, di grandi dimensioni, raffigura San Francesco di Assisi e l'altro, più piccolo, lo stemma dell'Università degli studi. I due dipinti in stile futurista furono realizzati negli anni Settanta all'interno di una struttura di Anatomia patologica del policlinico Monteluce. Fu Gianfranco Cialini, in qualità di curatore del Fondo antico dell'ateneo, a segnalare all'amministrazione universitaria le opere che potevano subire danni, se non andare distrutte, con la demolizione del vecchio ospedale. Anche grazie a questa sollecitudine i due affreschi sono sani e salvi e possono essere ammirati da tutti. A chi ha buona memoria, tuttavia, non sfugge che, in realtà, una terza opera, sia pure di tipo ben diverso, manca all'appello: una lapide del Duecento, o forse rinascimentale (per via dei motivi floreali). A quel periodo la ricondusse Cialini (per anni anche direttore della biblioteca di Medicina). Oltre che per il San Francesco di Rossi (di proprietà dell'ateneo), infatti, Cialini redasse una scheda anche per una lapide antica in travertino (di proprietà dell'Azienda ospedaliera) che riportava un brano in latino della regola di San Benedetto e che era collocata presso il vecchio padiglione di Ortopedia, attaccata al muro esterno. Il tema dell'iscrizione era relativo all'assistenza medica. La lapide sembrava commissionata dal monastero benedettino di San Paolo. Secondo quanto ricostruito da Cialini, durante i secoli XI-XV nel contado di Perugia esisteva, in effetti, un grande monastero benedettino intitolato a San Paolo in Val di Ponte (detto anche Abbazia Celestina) vicino all'attuale Ramazzano e scomparso nel secolo XVI. L'ipotesi dell'ex direttore della biblioteca di Medicina è che la lapide (forse è fatta di travertino locale, cioè proveniente dalle cave di Lacugnana) possa essere stata asportata dai ruderi di tale monastero. Insomma, di questo manufatto qualcosa si sa, grazie a chi ha fatto i debiti approfondimenti. Si ignora, al momento, la sua attuale collocazione. Di certo potrebbe essere un altro tassello meritevole di finire in mostra.